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| Mattia Preti, Profeta, collezione privata |
Il
pittore architettonico.
Sulla poetica campanelliana di Mattia Preti.
Paolo Damiano Franzese
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Estratto da: Il pittore archiettonico. Sulla poetica 'campanelliana' di Mattia Preti, "Archivio Storico per la Calabria e la Lucania", LXXVI (2010), pp. 101-120
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[...]
Trasferitosi,
infatti, solo da un paio d’anni nell’isola di Malta, subito dopo la prestigiosa
investitura di “Cavaliere di Grazia”,
per eseguire l’importante decorazione della chiesa di San Giovanni a La
Valletta, sembrava pentirsi già di quel breve soggiorno di lavoro, inteso forse
come uno dei tanti della sua vita, ma che lo vedrà invece per un motivo o per
un altro costretto a fermarsi nella piccola isola del Mediterraneo per quasi
quarant’anni, fino all’ultimo dei suoi giorni. È datata, infatti, quattro
aprile 1663 la lettera di Mattia Preti destinata a don Antonio Ruffo, ricercato
e facoltoso collezionista messinese, in cui il pittore di Taverna confida tutta
la propria amarezza e delusione per i ritardi dei pagamenti a lui dovuti
dall’Ordine: “[…] qui in Malta è già due anni che fatigo per la Ciesa di S.
Giovanni come per S. Eminenza e non ò auto nessuna dimostrazione […] penzando
che solo mi basti l’aplauso dell’opera e io che mi ò speso quel poco danaro che
mi portai che già sono in fine mi farà fare qualche resolutione da lodasi poco
ma con molta ragione mia che il dipingere non si puol far in gredenza con solo
la speranza di penzioni che non si pagano mai”; fino ad aggiungere, in una
lettera di quattro anni successiva, come alcuni amici gli avevano suggerito, di
temere persino che l’Ordine, non pagandolo di proposito, lo costringesse di
fatto a una permanenza forzata nell’isola, giacché partire avrebbe significato
far decadere ogni possibilità concreta di veder corrisposto il credito di anni
di lavoro. Sentimenti che ben segnalano la condizione angosciosa dell’uomo,
disilluso e amareggiato da così “tanta ingratitudine” e da una inattesa e
conseguente ristrettezza economica pur avendo lavorato per anni tra le alte
impalcature dell’abside, della volta e della facciata interna della
Co-cattedrale di San Giovanni.
Sono
tempi non facili che ben presto fiaccano anche il grande e sincero entusiasmo
seguito all’autorevole investitura, tanto attesa, di “Cavaliere di Grazia” e di
pittore ufficiale dell’Ordine. È ben noto, infatti, quanto Mattia Preti abbia,
sin dai primi anni del suo soggiorno romano, desiderato far parte del potente
Ordine di Malta; per questo aveva cercato di intrecciare legami con l’alta
aristocrazia dell’Urbe[1],
aveva rivolto petizioni di raccomandazione, aveva presentato precisa
documentazione in grado di suffragare e sostenere i requisiti di nobiltà
necessari, fino a ottenere nel 1642 il tanto desiderato primo riconoscimento di
“Cavaliere d’Obbedienza Magistrale”, grazie alla benevola intercessione di papa
Urbano VIII Barberini. In questa ostinata ricerca dell’ottenimento del titolo
di “Cavaliere” non si può che constatare un tentativo di rivalsa, di
emancipazione, di riscatto sociale, di orgoglio e ambizione sincera di un
giovane e talentuoso artista emigrante; è evidente che non era solo una
faccenda personale, piuttosto una questione che apparteneva alla famiglia Preti,
e questo lo si può comprendere non solo per il fatto che pochi anni prima della
nascita di Mattia, nel 1605, al padre Cesare era stato negato lo status di nobiltà per la mancanza di
ricchezze possedute, ma anche per quel particolare legame, così profondo e mai
dimenticato che diventerà a tratti commovente, che il “Cavalier Calabrese”
intrattenne con estrema continuità nei confronti della sua natia Taverna.
Ma
ora, con non poco disagio, era costretto al ‘confino’ di Malta. A soli due anni
dal trasferimento, il suo stato d’animo si oscura dalla preoccupazione di un
possibile fallimento fino a considerare la prospettiva di lasciare l’isola, di
ricominciare daccapo, cercare così di far valere come meritava la giusta e
popolare fama di maestro affermato; tuttavia la pur piccola sicurezza di una
esigua pensione e gli ingenti crediti per i lavori commissionatigli durante la
permanenza sembravano, almeno per il momento, una flebile ma sicura garanzia
dalla bancarotta finanziaria, quanto bastava da farlo desistere dalla paventata
e, pur sempre incerta, partenza. Per alleviare questo problema si impegna
profondamente a intrecciare complessi legami capaci di non far mancare ordini e
commissioni anche fuori dall’isola, sono i casi ben noti del Ruffo, ma anche
dei Piccolomini, dei Lumaga, ecc.. Sotto quest’aspetto, si può forse intendere
meglio, ben motivata dalla necessità contingente di una difficoltà economica
(accertata almeno per il primo decennio), la sterminata produzione maltese,
giudicata dalla critica a volte eccessivamente ripetitiva e convenzionale. È
risaputo, infatti, come il maestro calabrese abbia lavorato con ritmo a volte
quasi incessante, insieme alla propria bottega, fino agli ultimi giorni della
sua vita, replicando e variando soluzioni e temi già concepiti con successo in
fasi precedenti – anche se non vanno certo dimenticati veri e propri capolavori
come la Discesa dalla Croce in
collezione privata, la bellissima Madonna
con il Bambino e i santi Giovanni e Publio di San Paolo a Rabat,
l’emblematico Autoritratto degli
Uffizi o l’imponente Martirio di san
Lorenzo di Birgu.
In
realtà, Mattia Preti rappresenta, ben oltre le vicende di Malta, la sintesi
raffinata di una pittura monumentale, ricca di dignità ed intima introspezione:
un raro, quanto prezioso baluardo dell’etica nell’arte del Seicento[2]; per
Strinati il pittore di Taverna “è un artista per certi aspetti emblematico. La
fase iniziale, infatti, risulta del tutto oscura e mal ricostruibile. Poi,
quando si manifesta, fin da una presumibile condizione di prima maturità, con
caratteri ben chiari, sembra subito attestarsi su una posizione definitiva che
non abbandonerà mai più, malgrado continui arricchimenti, aperture verso le
tradizioni più disparate e invenzioni iconografiche continue. La sua sigla
stilistica rimarrà assolutamente inconfondibile per tutta la vita,
attraversando un secolo intero, dal momento della nascita del Barocco fino alla
sua crisi irreversibile, in una posizione che è insieme di protagonista e di
‘solitario’”[3].
Altri
studiosi, oltre Claudio Strinati, si sono spesso soffermati sulla particolarità
del percorso pretiano nelle vicende della pittura del Seicento, giungendo a definire
più volte il Preti uno “spaesato”, un “isolato”, un “supremo inattuale”, etc.,
ma spesso con l’incertezza nel precisare la ragione culturale che fosse in
grado di chiarire, oltre il puro dato stilistico, una così peculiare posizione
all’interno del Barocco italiano (che lui stesso contribuì dapprima a
sviluppare e determinare).
Vi è,
a ben vedere, nella lunga parabola della vita del “Cavalier Calabrese”, una
volubilità per certi aspetti poco decifrabile che mal si adegua a una
comprensione sistematica, le cui ragioni sono profondamente connesse con la
stessa vicenda del Mattia Preti pittore, come testimoniano, tra l’altro, i
molteplici tentativi di fissarne origine ed evoluzione, tesi ad estrarre
teoremi che siano in grado di racchiudere un’avventura così imponente ed eterogenea
anche se priva di sostanziali contraddizioni. Ciò vale per la formazione degli
anni giovanili, ancora così poco chiara, per il duraturo rapporto con il
fratello maggiore Gregorio anch’egli pittore, per le fondamentali esperienze
romane e napoletane, per i suoi viaggi a Venezia e a Modena, oltre che per le
creazioni del lungo soggiorno maltese.
[...]
Analizzando
brevemente, infatti, la posizione di Campanella espressa soprattutto nelle sue
due Poetiche – la giovanile Poetica italiana del 1596 e la più tarda Poetica latina del
1608-1613[1] – si
comprende bene la vis polemica
rivolta ai poeti a lui contemporanei, i quali, abbandonando il senso mistico
dell’antica poesia, sono passati a elogiare esempi sensibili di eroi e poi di
uomini di ogni condizione, le favole appunto, ovvero storielle ridicole ed
empie, fatte di sola cornice prive di senso riposto. In Campanella è chiara la
funzione educativa che è tenuta a svolgere la poesia nella società del suo tempo,
deturpata da vizi e da passioni perverse, e minata dal degrado dei valori.
Il
noto sonetto “A’ Poeti”, forse contemporaneo alla Poetica italiana, riassume abbastanza chiaramente la particolare
concezione campanelliana circa il ruolo dell’arte:
In superbia il valor, la santitate
passò in ipocrisia, le gentilezze
in cerimonie, e ‘l secco in sottigliezze,
l’amor in zelo, e ‘n liscio la beltate,
mercé vostra, poeti, che cantate
finti eroi, infami odor, bugie e sciocchezze,
non le virtù, gli arcani e le grandezze
di Dio, come facea la prisca etate.
Son più stupende di natura l’opre
che ‘l finger vostro, e più dolci a cantarsi,
onde ogni inganno e verità si scuopre.
Quella favola sol dée approvarsi
che di menzogne l’istoria non cuopre
e fa le genti contra i vizi armarsi.
Si
profila così il compito del poeta: egli deve essere “consapevole della funzione
sociale dell’arte, convinto che la poesia non si può fondare sull’abbondanza di
parole belle e delicate e mancare di concetti e di verità, e ancora più
convinto che il vero poeta è colui che intende il governo del mondo, colui che
ammaestra i lettori con la verità e la profezia”[2].
Inoltre, per Campanella, distaccandosi notevolmente dai pensatori del tempo che
ponevano la “meraviglia” come obiettivo primo del poeta, la grande invenzione
consiste nell’investigare le cose naturali “e poi con bel modo dipingerle”,
facendo notare che “non consiste l’invenzione in trovar se non quello che è o
fu, perché delle cose che non sono, scienza non si trova”. Il poeta, quindi,
con “intendenza architettonica” deve muoversi verso l’utile e l’onesto,
rifuggire dalla piacevolezza o dallo stupore fine a se stessi, dalla vanità delle
favole o dalle sterili apparenze del mondo visibile[3], poiché
“Sarebbe errore intollerabile finger nelle cose divine favole scelerate, quali
son quelle delli greci, o parlar d’Iddio contro la credenza pubblica, perché il
poeta deve essere instromento del legislatore ed aiutarlo a drizzare il mondo a
ben vivere mediante il diletto del sacro poema, e gridar contro i tiranni ed i
sediziosi particolarmente, ed accender le virtù e spegnere i vizi” (Poetica italiana, VI). Campanella in misura maggiore, ma con lui la buona
parte degli intellettuali meridionali di fine ’500, “resiste agli orientamenti
culturali innovativi del tempo, si tiene ancorato alla cultura medievale e
patristica, a Dante e all’Umanesimo, insomma ad una solida tradizione
filosofica e scientifica. La coscienza del proprio messaggio ideologico e la maturazione
di una poetica filosofica e sociale determinano un nuovo e radicale rapporto
con la letteratura greca e latina, fatto di interrogazioni e di confronti su
problematiche politico-religiose, oltre che culturali”[4].
Proprio
come Campanella, Mattia Preti è intriso di quella sensibilità tutta meridionale
(basterà pensare anche ad altri letterati del Regno, da Giulio Cortese a Sertorio Quattromani
a Paolo Regio) poco incline al “meraviglioso filosofar”, alle iperboli, agli
eccessi e alle stravaganze (che siano esse di carattere naturalista,
classicista, allegorico o fantastico) che buona parte della cultura seicentesca
andava propagando in tutte le manifestazioni dell’arte. Per tutta la vita egli
si manterrà, proprio come andavano indicando i precetti di Campanella, in una
dimensione pittorica di profonda e composta dignità, equilibrata anche se
perentoria, tesa alla magniloquenza figurativa, ma sempre ben attenta alla
credibilità, alla misura e riconoscibilità del Naturale; una naturalità ben
distante da quella dettata dall’osservazione “delle sensate esperienze” del
pensiero scientifico e che vedrà il Cigoli affrescare, nella cappella Paolina
in Santa Maria Maggiore, la Vergine in piedi su una mezza luna ritratta dal
vero, con tanto di macchie e crateri (con circostanziate corrispondenze ai
disegni stessi riportati da Galileo nel 1610 nel Sidereus Nuncius)[5]. In
Mattia Preti prevale sempre, come in Campanella, una visione lontana dal
particolare perché rivolta all’insieme, al tutto più che alla parte[6]. È proprio
attraverso il canovaccio di un’intimità naturalistica che la pittura di Mattia
Preti giunge anche al suo fine: quello di una spirituale condivisione dei
misteri del sacro, dove muscoli, espressioni, paesaggi o bagliori -
diversamente a quanto accadeva in tanta pittura barocca - non distolgono mai
dal vero messaggio delle sue opere, ma conducono sempre lo spettatore ad un
senso più profondo, più intimo. “Bisogna capire che – scrive sempre Claudio
Strinati – sotto l’aspetto stilistico, Mattia Preti è, in ogni fase della sua
carriera, il pittore della dignità, della composta introspezione, dell’intimo
sentire. Se indiscutibile è il piglio epico fin dalle opere che riteniamo
giovanili, altrettanto significativa è la componente della dignitas impressa nelle sue immagini […]”. “Nulla di comparabile
con l’universo di Pietro da Cortona a quell’epoca compiutamente definito.
Pietro da Cortona rimane imperniato di senso ellenistico di felicità figurativa
che non è e non vuole sembrare vera, non vuole cioè misurarsi con il criterio
del Naturale da cui certo nasce, ma di cui si disinteressa. Eppure Cortona fu
un pittore dotato di senso infallibile del Naturale, forse ben più di Mattia
Preti. Ma, paradossalmente, fu proprio Preti il garante della dimensione del
Naturale in un mondo che puntava tutto il fascino dell’opera d’arte sulla
misura dell’iperbole. Mattia Preti, quindi, fece sua tale idea ma la mitigò e
rafforzò insieme rapportandola all’idea del Naturale che si era affermata
all’inizio degli anni Trenta del Seicento quando alcuni grandi maestri, per
preservare l’essenza della lezione caravaggesca, la avevano indirizzata verso
il criterio della dignità e nobiltà dell’arte da custodire come un tesoro
prezioso, un bene culturale sul quale erigere un nuovo e più certo linguaggio”[7]. Ma
più che al patrimonio culturale della lezione caravaggesca - pur rappresentando
un assoluto riferimento in Mattia Preti, ma che da solo non spiega
evidentemente la totalità del suo percorso culturale ed estetico – nelle opere
del pittore calabrese vi è una visione teatrale che indirizza l’umanità verso
una dignitas teologica, un linguaggio
controllato, cosciente e totale, ove la compostezza e l’Idea del Naturale
vengono orientati al vero fine della pittura: la funzione educativa e pedagogica
dell’arte[8], restaurando
in qualche modo, verrebbe da dire, l’ideale medievale del poeta teologo. Ed è
proprio questa particolare consapevolezza della pittura pretiana a
rappresentare la sintonia e il rapporto più evidente con l’idea campanelliana
del pittore “architettonico”, il quale conosce e controlla i fini per cui
opera, attenendosi al Libro della Natura, scritto da Dio, per istruire con
coerenza e dignità lo spettatore sul significato profondo della Creazione, con
senso profetico e in religiosa compostezza.
[...]
[1] Cfr. L. Firpo
(a cura di), Tommaso Campanella tutte le opere, Scritti letterari, vol.
I, Milano 1954.
[2] A. Cerbo,
Gli autori classici nella poetica di
Campanella, in Idem (a cura
di), Tradizione e innovazione nelle opere
di Bruno e Campanella, Napoli 2003 pp. 9-84.
[3] A. Isoldi
Jacobelli, Tommaso Campanella. “Il
diverso filosofar mio”, Bari 1995 pp. 183-187.
[4] Cerbo, Gli autori classici... p. 33. Inoltre,
“Campanella non disapprova tanto l’uso delle favole antiche nei poeti
contemporanei, quanto il cattivo uso di quelle, ricercando il loro senso nel
rivestimento esteriore delle parole, non nel significato vero delle cose
indicate dalle parole. Non è vero quello che la lettera significa, ma quello a
cui la lettera rimanda, secondo l’insegnamento di Agostino, Tommaso e Origene”,
Ibidem p. 55. Cfr. anche P. Tuscano, Poetica e poesia di Tommaso Campanella, Milano 1969 pp. 59 e ss..
[5] Cfr. ad esempio C. Damianaski, Galileo e le arti figurative, Roma 2000 pp. 42 e ss..
[6] Galileo: “io stimo più il
trovar un vero, benché di cosa leggiera, che ‘l disputar lungamente delle
massime questioni senza conseguir verità nessuna” (sul margine di un foglio del
manoscritto delle Considerazioni). È
questo il punto nodale che divide inequivocabilmente i due intellettuali.
Galilei si muove sul nuovo sentiero delle “sensate esperienze”, dell’indagine
verificabile e circoscritta. Campanella rappresenta l’ultimo tentativo di poter
circoscrivere un sapere totale, che va dalla politica alla fisiologia, dalla
retorica all’astrologia, dalla poesia alla scienza: e per questa sintesi
globale si sente depositario di una missione di Dio. Cfr. G. Formichetti, Tommaso Campanella: eretico e mago alla corte dei Papi, Casale
Monferrato 1999 p. 188; Isoldi Jacobelli,
Tommaso Campanella... pp. 184 e 191.
[7] Strinati,
Gregorio... p. 29.
[8] Per Campanella la poesia “è una specie di retorica
figurata, quasi magica, che offre esempi tali da indurre al bene e distogliere
dal male, piacevolmente, quelli che non vogliono, o non possono, o non sanno
apprendere il vero e il bene mediante un discorso dimesso”, Poetica latina, I.
[1] De Dominici, noto autore della biografia pretiana (B.
De Dominici, Vita del Cavalier F. Mattia Preti detto il Cavalier Calabrese, in Vite de’ pittori, scultori ed architetti
napoletani, Napoli 1742, pp. 314-388) indica tra i primi ed affettuosi
protettori oltre a Giulio Rospigliosi anche Donna Olimpia Aldobrandini,
Principessa di Rossano, pur se è verosimile pensare piuttosto a Olimpia
Maidalchini Pamphilj, parente di don Marcello Anania, suo precettore a Taverna.
[2] Egli è “il salvatore della pittura napolitana, che,
per quel tempo, è quasi quanto dire della pittura italiana”, R. Longhi, Mattia Preti (critica
figurativa pura), “La Voce”, V (1913), n. 41, p. 33.
[3] C. Strinati, Gregorio e Mattia nell’ambiente romano,
Napoli 1999 p. 17.

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