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| Copertina libro San Gregorio da Cerchiara |
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| Presentazione 6 nov. 2010 Cerchiara, da sx: prof. Burgarella, Franzese, prof.ssa Falkenhausen, prof. Masneri, prof. Parisoli, sindaco Carlomagno |
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tratto da P. D. Franzese,
San Gregorio da Cerchiara, Castrovillari 2010
Prologo
Quando mi recai da don Amleto Spicciani, docente di Storia della Chiesa
medievale all’Università di Pisa, per sottoporgli il mio progetto di tesi, la
storia poco nota di un santo calabrogreco del X secolo (Gregorio, appunto), mi
sorrise poiché, a suo parere, il tema presentava enormi difficoltà di ricerca
(giustificati anche dalla sua incolpevole conoscenza sbrigativa del medioevo
monastico calabrese) e rischiava di suscitare poco interesse negli eventuali
componenti della commissione d’esame. La sua schiettezza, in principio, non posso
nasconderlo, mi sorprese non poco, poi però con un nuovo e più benevolo sorriso
prese di buon grado la sfida e accettò di aiutarmi. Parlammo un po’ e prima di
congedarmi dalla piccola stanzetta del Dipartimento di Medievistica mi riferì
un aneddoto che mi fece capire molte cose. A Pescia, nella Valdinievole pistoiese
– suo paese natio dove ha sempre amorevolmente rivolto parte importante dei
suoi studi –, incontrò di sera un signore che vagava in modo scomposto nella
piazza principale. Con lo sguardo rivolto in basso trotterellava da una parte
all’altra del ‘fondo di piazza’. Incuriosito, si avvicinò a quel tipo (con il
suo immancabile cappello e abito nero, immagino io) e, richiamata la sua
attenzione, gli chiese cosa stesse cercando. L’uomo rispose con tono deciso, ma
agitato, che aveva perso una moneta nel pomeriggio. “Te lo ricordi dove di preciso?” incalzò don Amleto. “Si, lì in ‘cima di piazza”, rispose; “Beh, allora che fai qui?” domandò
sorpreso, “Cerco qui perché c’è luce!”,
borbottò l’uomo come indispettito.
Quel semplice aneddoto servì per tirarmi su di morale – e le maniche –
con maggiore convinzione e, in un certo qual modo, mi offrì un’interpretazione,
seppur semplicistica, di parte della tradizione storiografica. Per chiarire
questo aspetto è sufficiente, infatti, sfogliare con un po’ di pazienza gli
indici dei manuali scolastici – e non solo – di Storia e Storia dell’Arte alla
parola “Calabria” per rendersene conto. Qualche esempio: Cerchiari-De Vecchi, Arte nel tempo, IV voll., solo quattro
voci per ‘Calabria’, tre per ‘Reggio’, una per ‘Rossano’, ‘Sibari’, ‘Stilo’ e
‘Squillace’ (basti pensare, ad esempio, alle sedici pagine totali dedicate alla
Calabria dalla celebre Guida Baedeker del 1912 contro le centosessanta
riservate alla Sicilia!). Non sono certo il primo a evidenziare questo
particolare aspetto, non pochi hanno già avuto modo di indagare
dettagliatamente, infatti, nel complesso l’entità del fenomeno. Questa tarda incertezza, infatti, richiama un po’
quello che è stato un tratto saliente della storia dei tours calabresi da parte degli intellettuali, poeti, pittori,
avventurieri, soprattutto stranieri, che hanno per un pretesto o un altro
attraversato la Calabria. Se si escludono poche esperienze, straordinarie per
acume e intensità (tra tutti quella di Norman Douglas, Old Calabria, 1915), sembra di cogliere nella maggior parte dei
diari e dei racconti una cronica vaghezza e una certa approssimazione nei
confronti delle pur importanti testimonianze architettoniche, culturali e
storiche della regione. Se molti stranieri, infatti, la attraversano o vi
sostano solo per un rapido transito per e dalla Sicilia, altri sembrano invece
interessarsi solo alle suggestioni magnogreche, ai tramonti fiabeschi tra
boschi di pino larice piuttosto che ai riflessi annebbiati di orridi spaventosi
o alle peculiarità aneddotiche di genere etnografico. L’inglese Richard Keppel
Craven definì la Calabria ripetutamente “barbara” e molti suoi colleghi non
dedicarono che pochi, confusi e veloci cenni al patrimonio artistico. Si
ripercorre qui chiaramente il topos
(dettato da una dotta tradizione letteraria, partorita e poi diffusa sin dal
Cinquecento da letterati come Leandro Alberti e Ortensio Lando), incentrato
perlopiù sull’immagine retorica di una terra del mito magnogreco, ricca e
opulenta, ben lontana dalla miserevole condizione dei suoi abitanti,
“contraddizione tra una paradisiaca Calabria ideale e una tragica Calabria
concreta e quotidiana” (Placanica, 1985), che perdurerà ancora per lungo tempo
(si veda Carlo Carlino, Calabria,
Calabrie, calabresi, Cosenza 2003). Le cose, infatti, non miglioreranno
tanto con le prime trattazioni scientifiche e, per molti versi, anche con
quelle della seconda generazione. Questo soprattutto a scapito della conoscenza
del passato medievale, specie, ma non solo, di quello bizantino.
Lacune che ancora lacerano in modo profondo la storiografia calabrese e,
con essa, quella nazionale. L’assenza di una corretta e consapevole
valorizzazione del patrimonio artistico, culturale e storico della regione, al
contempo causa ed effetto del perdurare di tali pregiudizi storiografici, è un
triste comune denominatore della storia, anche recente, della Calabria.
Afferma, in proposito, Maria Pia Di Dario Guida, riferendosi al patrimonio
artistico calabrese del Sei-Settecento: “A determinare il destino nefasto delle
opere d’arte e di conseguenza il disinteresse della storiografia era stata
soprattutto l’incuria degli uomini derivata a livello locale da radicati
complessi di inferiorità nei riguardi del proprio passato storico artistico; a
livello della storiografia ufficiale da quei pregiudizi di provincia, di
ritardo, di povertà del patrimonio artistico della Calabria, che hanno impedito
di conseguenza le necessarie provvidenze pubbliche di tutela e di conservazione
che sono mancate quasi del tutto sino agli anni Settanta”. Anche se, come
sostiene la storica dell’arte, negli ultimi decenni, per quanto riguarda la
questione storiografica, moltissimo è stato fatto in ambito specialistico – una
svolta cruciale sotto questo aspetto l’hanno rappresentata l’Associazione per
gli Interessi del Mezzogiorno di Italia, la Deputazione di Storia Patria della
Calabria e le nuove università calabresi – tuttavia rimangono ancora tanti i
vuoti da colmare in ambito scolastico e divulgativo.
Luoghi comuni, pregiudizi, accenti sinistri e poco edificanti sulla
cultura della Calabria si possono, d’altronde, scorgere con una certa facilità
tra le righe di molte trattazioni più o meno scientifiche date alla luce sino
ai nostri giorni. Tale imperituro impianto culturale (e psicologico) si è
insediato persino in opere serissime che appartengono ormai all’Olimpo della
migliore tradizione culturale italiana, come quella realizzata, ad esempio, da
uno storico come Luigi Firpo, tra i maggiori e scrupolosi biografi di Tommaso
Campanella. Nel Proemio, infatti,
della celebre edizione Mondadori del 1954 – Tommaso
Campanella, Tutte le opere – l’Autore delinea un quadro assai infelice
della patria del grande filosofo domenicano: “Quando il Campanella vi nacque,
nel povero borgo di Stilo, l’anno 1568, la Calabria stava per conchiudere la
triste parabola del suo declino: corsa e predata da pirati turchi e
barbareschi, taglieggiata da presidi spagnuoli arroganti quanto imbelli,
spogliata da avidi feudatari che ne dilapidavano le ricchezze nel fasto della
lontana corte vicereale, impoverita dalla cacciata degli Ebrei, dallo sterminio
dei Valdesi, dalla pletora conventuale, insidiata da torme di banditi spinti
alla macchia da una sedicente giustizia feroce non meno che impotente o
annidati in ibrida simbiosi nell’immunità degli edifici sacri, la nobile
regione si avviava all’isolamento totale della vita economica e culturale
d’Europa. Le pestilenze dapprima, più tardi i terremoti, quasi segni d’una cupa
collera divina, sarebbero venuti a darle il colpo di grazia”. È bene
evidenziare, tuttavia, che fu proprio quel presunto “isolamento totale” (che
ben si addice però, di contrasto, all’efficace figura retorica tutta romantica
delle sorti infelici e delle immani difficoltà superate dal genio eroico del
frate) a non impedire affatto al giovane Campanella di vedere soddisfatta la
propria smisurata sete di conoscenza che gli ha permesso – da autodidatta – di
accedere, proprio nelle biblioteche conventuali calabresi, ad uno sterminato
catalogo bibliografico (che egli seppe prodigiosamente assimilare) di autori
classici e moderni, latini e greci, oltre che all’intera tradizione patristica
e scritturistica. Una “cupa collera divina” che ha concesso tuttavia al frate
stilese di frequentare eruditi e intellettuali di rilievo (soprattutto a
Cosenza, ma anche “nell’isolamento” del monastero di Altomonte), di conoscere
il pensiero naturalistico di Bernardino Telesio e di formulare a soli
ventun’anni la sua prima e importantissima opera, quella Philosophia sensibus demonstrata (agosto 1589) primo assoluto
caposaldo di tutta la futura produzione campanelliana.
Le motivazioni, naturalmente, del perdurare di tale sventurata visione
della Calabria sono tra le più disparate e riguardano molti aspetti della
storia e della condizione passata e presente del Mezzogiorno. Eredità e
approccio culturale che induce ancora oggi, ad esempio, la maggior parte delle
persone con buona istruzione ad immaginare il medioevo italiano tout-court come un medioevo
sostanzialmente monolitico, di lingua e cultura latina, ignorando del tutto che
gran parte del sud della Penisola ha, invece, conosciuto un lungo medioevo
bizantino (di lingua e cultura greca), ben oltre i confini temporali e
geografici dei domini dell’Impero d’Oriente, che si è poi adattato molto
lentamente a quello di costumi, anche propriamente religiosi, del mondo
occidentale latino (è sufficiente considerare, ad esempio, l’eccezionalità
degli Exultet dell’Italia
meridionale, straordinari rotoli liturgici e veri e propri “ibridi culturali”).
Nella maggior parte dei piccoli centri della Calabria si è, infatti, continuato
a parlare e scrivere in greco anche sino al Trecento. Le persone continuavano a
chiamarsi Pacomio, Basilio, Giovanni, Fantino, invece di Giulio, Claudio,
Francesco e Benedetto.
Se discutevo del movimento monastico medievale con i miei colleghi di Università
veniva loro spontaneo pensare a Camaldoli, Farfa e Cluny, piuttosto che a
Rossano e alla Tebaide del Mercurion. Ambrogio, Romualdo, Adalberto di Praga,
l’abate Desiderio, Bruno di Querfurt, Guiberto di Nogent, piuttosto che ai
santi Macario e Cosma di Collesano, Fantino il Giovane, Nilo da Rossano, Vitale
da Castronuovo, Bartolomeo da Simeri, anzi, per loro questi erano personaggi
assolutamente sconosciuti. Eppure, pensavo all’antecedente e incredibile
esperienza di Cassiodoro, alla sua biblioteca del Vivarium presso Squillace; alle pagine straordinarie della
letteratura agiografica italogreca, al capolavoro della Vita Nilii, alle centinaia di fondazioni eremitiche e cenobitiche
disseminate nei boschi, nelle valli e nelle spelonche della Calabria. Eppure,
pensavo al Codice Purpureo e agli
innumerevoli codici trascritti nelle silenziose celle monastiche dell’Aspromonte,
della Sila o del Pollino: pietre miliari per la conoscenza della patristica e
della cultura classica dell’occidente latino, oggi, tra l’altro, in mostra
nelle biblioteche di mezzo mondo. Pensavo proprio a san Nilo accolto come un
“secondo Benedetto” dalla comunità monastica di Montecassino (“gli venne
incontro sino ai piedi del monte tutta la Comunità dei monaci, anche i
sacerdoti ed i diaconi, rivestiti degli abiti sacri come in giorno festivo,
recando in mano ceri accesi e incensieri”). Pensavo a Giovanni Filagato,
precettore del giovane Ottone III e poi antipapa; a Gregorio da Cerchiara (di
Cassano o di Burtscheid) chiamato proprio da Ottone III a dirigere un nuovo
monastero latino ad Aquisgrana, sede del palazzo imperiale nel cuore
dell’Europa. A Bartolomeo da Simeri, fondatore del celebre monastero del
Pathir, igumeno (abate) di un cenobio sulla Sacra Montagna dell’Athos e
promulgatore di un nuovo cenobitismo bizantino. Eppure, pensavo a Gioacchino da
Fiore, monaco della Sila “di spirito profetico dotato” (Dante, Paradiso, XII,
141), vissuto in Calabria e figura cruciale della storia del monachesimo e di
un profondo rinnovamento spirituale e teologico; all’umanista Leontio Pilato e
a Barlaam di Seminara, “calabrese, piccolo di statura, ma grandissimo di
sapere”, maestro di greco di Petrarca e Boccaccio. Sia ben chiaro, non sognerei
nemmeno di affermare un primato o chissà quale improponibile gerarchia di
valori. Voglio solo mettere in rilievo la scarsa considerazione che si ha della
ricchezza e della varietà della storia culturale della Calabria (e soprattutto
del suo medioevo). Anche perché sono fermamente convinto che non si debba
assolutamente scegliere tra l’abate Desiderio o Elia lo Speleota, san Bonaventura
da Bagnoreggio o san Francesco di Paola, Leonardo Fibonacci o Bernardino
Telesio, Galileo Galilei o Tommaso Campanella, l’Arcadia o l’Accademia
Cosentina (che fu secondo Natalino Sapegno: “uno dei centri più cospicui e
battaglieri di orientamento culturale, depositario geloso degli aspetti più
severi e spregiudicati del pensiero e del gusto rinascimentale in seno alla
civiltà controriformistica e barocca fino agli incunaboli dell'Illuminismo”),
ma che ognuno abbia pari diritto nell’occupare un proprio spazio e la giusta
considerazione nella storia culturale italiana senza necessariamente rischiare
a dover giocare “a chi butti dalla torre?”.
Non mi viene difficile tuttavia pensare che un insopportabile
meridionalismo piagnone e vittimista possa per questo imputare responsabilità
decisive nei confronti di faziosi autori e “negligenti” giornalisti, o a
sfortunate collazioni o superficiali summe enciclopediche, o ricondurre gran
parte del problema alla questione estetica incarnata da Giorgio Vasari, il celebre
artista e letterato aretino autore nel 1550 della prima sistematica opera
biografica sull’arte italiana. Egli, concependo una scala di valori alla cui
cima compaiono Michelangelo e Raffaello, considera l’arte del Rinascimento, cui
associa parte del colorismo veneto, di gran lunga superiore all’arte del
Quattrocento, del Trecento, fin anche dell’Antichità. Da un lato, dunque, il
primato del Cinquecento come paradigma assoluto della perfezione artistica e
dall’altro la profonda svalutazione dell’arte medievale, gravemente imperfetta
e sostanzialmente priva di disegno e di studio. Con il titolo Le vite dei più eccellenti pittori, scultori
e architetti, l’opera ebbe immediatamente uno straordinario successo tale
da risultare, per secoli, decisiva alla definizione del gusto di intere
generazioni di artisti e letterati. Il Rinascimento, con Michelangelo,
Raffaello e Leonardo, Firenze e la Toscana in genere (con il suo paesaggio),
vennero elevati così a esempio perentorio di riferimento, con cui ogni singola
opera, ogni artista, ogni intellettuale, ogni mecenate, doveva necessariamente
confrontarsi. Elementi e caratteri peculiari che qualificano ancora oggi,
peraltro, profondamente i ‘valori’ del gusto europeo, soprattutto italiano, e
la pessima fortuna critica di tanti artisti forse poco noti al grande pubblico
ma non per questo meno importanti. Nelle Vite
solo un pittore calabrese trova posto tra le tante biografie del Vasari, quel
“Marco Calavrese” (Marco Cardisco), ancora oggi così poco studiato (sua la
splendida tavola Sant’Agostino disputa
con gli eretici nella Galleria Nazionale di Capodimonte a Napoli), che lo
stesso autore include con merito non senza avere per questo espresso però la
propria significativa meraviglia: “Quando noi veggiamo in qualche provincia
nascere un frutto che usato non sia a nascerci, ce ne maravigliamo, tanto più
d’uno ingegno buono possiamo rallegrarci, quando lo troviamo in un paese dove
non nascano uomini di simili professione. Come fu Marco Calavrese pittore, il
quale uscito dalla sua patria, elesse come ameno e pieno di dolcezza per sua
abitazione Napoli, se bene indirizzato aveva il camino per venirsene a Roma et
in quella ultimare il fine che si cava dallo studio della pittura”. La sincera
meraviglia del Vasari, a cui è associata l’ammirazione per un talento tanto
grande quanto inatteso poiché frutto nato “che usato non sia a nascerci” in una
terra dove “non nascono uomini di simili professione”, evidenzia chiaramente la
percezione negativa dell’arte e della cultura calabrese già nel pieno
Cinquecento.
Immagini come quella vasariana hanno fortemente condizionato e
determinato il prevalere di una mentalità subalterna anche in seno alle
medesime società del Mezzogiorno contagiando in modo significativo finanche, in
genere, lo stesso studioso meridionale. “Mentalità – scrive Giovanni Previtali
nel 1974 – che si riflette, naturalmente, non solo nel meccanismo della scelta
dei temi di studio, ma anche all’interno di essi, nel modo come sono condotti,
nella interpretazione che degli artisti meridionali o attivi nel meridione
viene avanzata. Andrea da Salerno, Polidoro da Caravaggio, Roviale Spagnolo,
Marco Pino, presentano, come è noto, alcuni caratteri linguistici corsivi ed
espressionistici che, indipendentemente dalla loro origine, ne fanno degli
artisti “meridionali”; ebbene questi caratteri (soprattutto quando vengono
riconosciuti nei loro seguaci “regnicoli”) tendono ad essere valutati
negativamente come rozzezza artigianale, mentre se solo ci spostiamo sull’altra
sponda dell’impero mediterraneo di Filippo II, gli stessi o analoghi caratteri
sono giustamente esaltati come il frutto originale del pensiero figurativo di
Alonso Berruguete o Pedro Machuca, di Pedro Campaňa o Domenico Theotokopoulos”.
E come corollario, prodotto, di questo meccanismo psicologico, oltre che
culturale, evidenzia ancora Previtali, “Le opere d’arte “non importanti”
giacciano infatti abbandonate, non vengono protette, non vengono restaurate,
non sono, nella maggior parte dei casi, nemmeno decentemente fotografate. Le
loro condizioni di sporcizia, di decadenza fisica, le rendono del tutto
inappetibili ai palati viziati, drogati, dei critici assuefatti alle tele
super-restaurate, splendenti, bene illuminate, presentate quotidianamente nella
miriade di mostre che il mercato antiquariato direttamente, o più spesso
indirettamente, promuove. Una conferma di “gusto” quindi, al generalizzarsi del
giudizio di non-valore sull’arte di quelle regioni. Una conferma che porterà
fatalmente, a sua volta, alla perdita definitiva delle opere d’arte stesse…”.
Non c’è dunque da stupirsi se il topos
vasariano legato a una regione ‘povera, incolta e rozza’ abbia trovato, in modo
giustificato o meno, terreno fertile in quasi tutte le trattazioni successive,
settecentesche e ottocentesche (influenzate a loro volta dal neoclassicismo
“winckelmaniano” e dal romanticismo gotico), per giungere più o meno inalterato
come si è visto sino ai giorni nostri. Ma se ciò può trarre una giustificazione
nei secoli non può più essere oggi comprensibile, almeno ad un’analisi serena.
Se si tiene conto delle distruzioni del tempo e delle enormi difficoltà di tipo
“strutturale”, di derivazione storica e geografica, oggi mi pare che il
problema sia rimasto comunque sostanzialmente irrisolto e certo questo non per
colpa di Giorgio Vasari, di Winckelmann o di Richard Keppel Craven.
Spesso mi capita di riflettere sul fatto che la gente del Mezzogiorno ha
sempre avuto enormi difficoltà nell’immaginare la concretezza dell’avvenire,
tale è sempre stata, infatti, la diffidenza per “il domani”, qui letteralmente
inteso. Emblematica è la poco nota questione linguistica della vera e propria
assenza del tempo futuro nello stesso linguaggio meridionale. Nei tanti
dialetti calabresi (come in quelli siciliani sicuramente, ma penso anche in
altri) vi è, infatti, la totale assenza del “futuro”, inteso come tempo verbale;
è impossibile tradurre testualmente: “fra un anno andrò in montagna”, “il mese
prossimo comprerò una macchina”; al massimo sentirete dire “fra un anno dovrei
andare” oppure “il mese prossimo dovrei (o “devo”) comprare (o “compro”) la
macchina”. È emblematico evidenziare tale sintomatica discrepanza linguistica
e, forse può da sola, più di tante teorie sociologiche e più di mille relazioni
storiche e politiche, esemplificare fino all’osso il carattere unico e
particolare del meridionale, in senso stretto, nei confronti del resto
d’Italia. Come il giapponese e l’ebraico, il nostro dialetto rifugge in una
condizione legata immanentemente al presente, a quella sicurezza legata alla
certezza dell’oggi, non essendo capace “strutturalmente”, soprattutto credo io
per diffidenza, di proiettarsi nell’ignoto e nell’incerto. E se proprio deve,
questo viene risolto normalmente con il tempo presente ma anche con forme
dubitative (“se Dio vuole”, ecc.) e persino con il condizionale (“aver”,
“aussa”). In effetti, non è poi tanto difficile poter comprendere come secoli
di povertà, sopraffazione, oscurantismo e impotenza abbiano profondamente
inciso sulla storia culturale – e psicologica – di questa parte d’Italia.
Ma se è vero che è proprio nel passato, nell’identità, nella memoria e
nella ricchezza della Storia che è possibile costruire il futuro di un popolo,
ha ancora più un senso attualissimo, dunque, prodigarci per indagare, studiare,
tutelare e valorizzare il nostro patrimonio storico-culturale. Riconsiderando, ad esempio, con animo
distaccato l’affascinante avventura dei monaci italogreci, i loro continui
viaggi e i loro spostamenti nell’Impero Bizantino, nell’Italia centrale e
settentrionale e nell’Europa latina, potremmo riscoprire il senso profondo di
un nuovo ecumenismo. La Calabria medievale e moderna fu cosmopolita; fu terra
aperta alle lingue e alle culture del Mediterraneo; fu ponte esclusivo delle
diverse culture di Oriente e Occidente, connubio esemplare tra il mondo latino,
bizantino e arabo, dove religioni, usi e costumi si confrontarono per secoli
con ricorrenze, abitudini, culti, cleri, liturgie, anche molto diverse tra
loro: dagli sperduti eremi bizantini alle grandi abazie latine, dalle numerose
comunità di origine balcanica ai minareti musulmani di Amantea e Santa
Severina. Le radici profonde di queste continue “contaminazioni” secolari,
peraltro, hanno lasciato proprio in Calabria tracce intime e armoniose – è bene
sottolinearlo – nell’architettura, nell’urbanistica, nella toponomastica, nei
siti rupestri, ma anche nei suoi quattrocento dialetti, nel patrimonio
enogastronomico, nelle tradizioni popolari; così come nella significativa e
preziosa presenza di numerosi paesi di origine grecanica, occitana e albanese.
Ogni componente discreto, ogni piccolo o grande elemento dell’insieme risulta
inscindibile poiché determinato da una storia ben definita. Non si può
visitare, ad esempio, il piccolo museo diocesano di Rossano che conserva il Codice Purpureo (bellissimo Vangelo miniato del VI secolo d.C.)
senza aver compreso gli intensi rapporti che questa città ebbe con la cultura
dell’Asia Minore e l’Impero di Bisanzio; non è possibile camminare lungo le
mura perimetrali della Certosa di Serra San Bruno senza rivivere, ad esempio,
le straordinarie vicende umane e spirituali di san Brunone di Colonia
(fondatore del monastero e dell’ordine dei Certosini). Non è possibile cogliere
il senso autentico dei castelli normanni e federiciani disseminati in tutta la
regione, o delle successive torri costiere d’avvistamento spagnole, ignorando
l’importanza strategica e militare della difesa dei confini da eserciti sempre
pronti a invadere e saccheggiare città e granai. Così come non comprendere gli
intensi contatti culturali e commerciali tra la Toscana e Venezia con la Calabria
e osservare importanti opere di artisti come Simone Martini (Trittico di san Ladislao d’Ungheria,
1327 ca.), Bernardo Daddi (San Giovanni
Battista e Maddalena; Sant’Agostino e
san Giacomo, 1328 ca.) e Bartolomeo Vivarini (Polittico, 1477) ancora oggi conservate nei musei e nelle chiese di
Altomonte e Morano.
Insomma, ciascuno dei tasselli che compongono le diverse anime della
Calabria deve inserirsi in un contesto più ampio, compreso nella sua interezza;
è proprio sulla scia di tutto questo che Gregorio, quel figlio di Licasto e
Anna, nato più di mille anni fa alla periferia dell’Impero Bizantino, egùmeno
del monastero di Sant’Andrea, fondatore di un nuovo monastero latino ad
Aquisgrana, frequentatore degli ambienti e dei personaggi più colti del secolo,
finisce per costituire proprio una testimonianza d’eccezionale attualità.
Ambasciatore culturale di un mondo eterogeneo, ricco di influenze e
contaminazioni, espressione autentica di un passato straordinario in grado oggi
di indicare, con raggi di luce ancora vivissimi, la strada futura per la
costituzione di un comune patrimonio culturale europeo e mediterraneo, prezioso
fondamento di identità e rigenerazione.
In lui, nella sua eredità culturale, nella sua concretezza storica, sarà
forse possibile costruire quel futuro
che non siamo, da meridionali, in grado di esprimere.