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sabato 16 novembre 2013

IL CODICE PURPUREO DI ROSSANO AL QUIRINALE


IL CODICE PURPUREO DOPO IL RESTAURO DELL'ISTITUTO CENTRALE DI ROMA



Il restauro del Codex Purpureus Rossanensis, un manoscritto onciale greco del VI secolo, conservato nel Museo diocesano di Rossano e contenente un evangeliario con testi di Matteo e Marco. La visita di Papa Francesco al Quirinale è l'occasione per esporlo per la prima volta al pubblico dopo il recente lavoro di restauro realizzato dall'ICRCPAL di Roma (Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario), diretto dalla dott.ssa Maria Cristina Misiti.

VEDI ANCHE:
http://www.gazzettadelsud.it/news//67302/Codice-purpureo-di-Rossano--per.html

lunedì 4 novembre 2013

MONTEGIORDANO: UN ATTO DALLA VALENZA DEVASTANTE PER IL PATRIMONIO CULTURALE CALABRESE

LETTERA APERTA

EGR. SIG. MINISTRO MASSIMO BRAY,
in riferimento al progetto dell’artista Francesco Vezzoli, circa lo smantellamento della chiesetta della Madonna del Carmine di Montegiordano (Cs) e il suo ricollocamento Oltreoceano, a New York, non possiamo che esprimerLe la nostra più viva preoccupazione e contrarietà per un gesto che consideriamo violento e sconsiderato, perpetrato alla dignità stessa del patrimonio storico, culturale e indennitario della Calabria.

Riteniamo che quest’atto, unico nella storia di Italia, rappresenti nella propria rude valenza simbolica la nuova e preoccupante mercificazione dei valori più intimi ed esclusivi, la “vendita del rene”, di una società sempre più materialista.

L’atto del Vezzoli sostiene il concetto che ogni rudere, di proprietà privata, dismesso o cadente, possa essere liberamente smontato e ricollocato in luoghi diversi dal sito e dal contesto originario, potremmo così assistere in un prossimo futuro alla svendita magari delle tanti Torri Costiere o, ad esempio, di interi complessi abbandonati come il convento di Colloreto e vederli rimontati in paesi esteri alla mercé di ricchi mecenati senza scrupoli. Il messaggio insito nell’impresa di Vezzoli è certamente devastante: tutto è acquistabile, tutto è merce, tutto può essere oggetto di contrattazione. Ed è proprio su quest’aspetto che ribadiamo fermamente il nostro più deciso dissenso per un gesto che può rappresentare un pericoloso - e illustre - precedente.

Ci auguriamo che il clamore di questa vicenda possa invece accendere i riflettori sullo stato dei beni culturali in Calabria, sulla necessità di intraprendere una nuova stagione nella strada della tutela, della salvaguardia e della definitiva valorizzazione: dai grandi complessi monumentali alle più piccole testimonianze del passato. Il nostro futuro, la nostra identità, dipendono anche da come sapremo difendere dalla speculazione, dall’abusivismo, dalla mercificazione e dall’impoverimento il nostro patrimonio culturale (materiale e immateriale), a tutela degli interessi collettivi dei calabresi di oggi ma soprattutto di quelli di domani.

Trebisacce, 30.10.2013



ITALIA NOSTRA

 FAI sez. del Pollino

Presidente Associazione per la Storia e l’Archeologia della Sibaritide

 Centro di Educazione ambientale, CEA Pollino- Calabria

LEGAMBIENTE, Castrovillari


So veda anche: ITALIA NOSTRA 


breve RASSEGNA STAMPA SUL CASO DI MONTEGIORDANO





domenica 18 dicembre 2011

REGIONE: 28 milioni di euro per la valorizzazione dei beni culturali calabresi

La Giunta regionale della Calabria - si legge nel comunicato della Regione Calabria - su proposta dell’Assessore alla Programmazione Giacomo Mancini, ha approvato una delibera che consente di snellire le procedure e di attivare in tempi rapidi gli interventi inseriti nell’Atto di indirizzo per la valorizzazione e la tutela dei beni culturali calabresi varato dall’Esecutivo nel marzo scorso. Detti interventi, previsti dai Piani Integrati di Sviluppo Regionale del POR Calabria FESR 2007/2013, comportano un impegno programmatico complessivo pari a circa ventotto milioni di euro. Grazie alla delibera approvata dalla Giunta si potrà ora passare rapidamente alla fase attuativa del Piano di completamento e valorizzazione dei beni culturali calabresi, piano che riguarda, tra l’altro, le aree archeologiche, la rete dei castelli e gli itinerari religiosi. La delibera approvata dalla Giunta consente infatti di integrare in maniera organica gli interventi di completamento con quelli di valorizzazione dei beni nonché di predisporre un Piano di gestione degli stessi beni che assicuri, nel tempo, la migliore fruizione da parte del pubblico e la massima valorizzazione di un asset che è certamente strategico anche per il rilancio del turismo nella nostra regione. I beni culturali, in pratica, come elemento trainante e non più come elemento marginale, non valorizzato, non inserito nel contesto di una offerta culturale e turistica che dovrà invece essere il fiore all’occhiello di una regione che vuole cambiare, crescere e dare di sé una immagine sempre più positiva e propositiva. “La volontà del Presidente Scopelliti e della sua Giunta – ha detto l’assessore alla Programmazione Giacomo Mancini- è, come è noto, quella di valorizzare al meglio tutte le potenzialità della nostra regione. Finora -aggiunge Mancini- era mancata una organica politica di valorizzazione dei nostri beni culturali e, attraverso di essi, della nostra storia e delle nostre tradizioni civili e religiose. Ora, grazie alla utilizzazione ragionata dei fondi POR ed attraverso PISR che puntano alla conservazione ed alla valorizzazione dei nostri beni culturali, sarà possibile -conclude l’assessore Mancini- invertire la tendenza promuovendo la conoscenza del patrimonio di cui la Calabria dispone, assicurando le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione del patrimonio stesso, incentivando lo sviluppo della cultura e del turismo”.

venerdì 9 dicembre 2011

ARTE SVELATA: IL RESTAURO DI COSIMO FONZAGO

C. Fonzago, Serra S. Bruno
 
ARTE SVELATA, DOPO IL SANT'AGOSTINO DI MATTIA PRETI E' L'ORA DELLE SCULTURE DI COSIMO FONZAGO

La mostra, curata da Fabio De Chirico con il coordinamento scientifico di Rosanna Caputo, è occasione straordinaria per ammirare i capolavori del ciborio di Serra S. Bruno, riportati all’antico splendore dopo un attento restauro e per conoscere la complessa figura di Cosimo Fanzago, personalità dominante il panorama della scultura secentesca napoletana.
Arte svelata sarà inaugurata oggi sabato 10 dicembre 2011, alle ore 18.00, a Cosenza, Palazzo Arnone. Interverranno: Fabio De Chirico, soprintendente per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria; S.E. mons. Luigi Renzo, vescovo della diocesi di Mileto – Nicotera – Tropea; Francesco Prosperetti, direttore regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Calabria; Mario Occhiuto, sindaco di Cosenza; Mario Caligiuri, assessore regionale alla cultura e Giuseppe Mantella, restauratore.
Arte Svelata è un appuntamento che si ripete – dopo l’esordio avvenuto con la mostra dedicata alle più preziose opere del museo civico di Altomonte – e ha lo scopo di focalizzare l’attenzione su alcuni capolavori calabresi ancora a tutt’oggi sconosciuti.
La mostra ARTE SVELATA Capolavori di Cosimo Fanzago. Il restauro delle sculture dal ciborio della Certosa di Serra San Bruno potrà essere visitata dall’11 dicembre 2011 al 29 gennaio 2012. Fino al 31 dicembre 2011 con il seguente orario: 10.00-18.00 da martedì a sabato (escluso i festivi); domenica 11 dicembre 2011 dalle ore 14.00 alle ore18.00. Dal primo al 29 gennaio 2012 da martedì a domenica dalle ore 10.00 alle ore 18.00.

martedì 29 novembre 2011

Case study: Dalla Calabria il cemento a chilometri zero

Dalla Calabria il cemento a chilometri zero

La storia di Francesco Tassone, 32 anni, amministratore delegato di Personal Factory  
(di Antonio Morelli e Paolo Laurenda/Nextanews)


Quando innovare in Calabria si può...

Vedi il video intervista: http://video.repubblica.it/rubriche/storie/dalla-calabria-il-cemento-a-chilometri-zero/79950/78340?ref=HREV-3

giovedì 17 novembre 2011

LA SFORTUNA STORIOGRAFICA DELLA CALABRIA: TUTTA COLPA DI GIORGIO VASARI?


Copertina libro San Gregorio da Cerchiara

Presentazione 6 nov. 2010 Cerchiara, da sx: prof. Burgarella, Franzese, prof.ssa Falkenhausen, prof. Masneri, prof. Parisoli, sindaco Carlomagno
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tratto da P. D. Franzese, San Gregorio da Cerchiara, Castrovillari 2010

Prologo
Quando mi recai da don Amleto Spicciani, docente di Storia della Chiesa medievale all’Università di Pisa, per sottoporgli il mio progetto di tesi, la storia poco nota di un santo calabrogreco del X secolo (Gregorio, appunto), mi sorrise poiché, a suo parere, il tema presentava enormi difficoltà di ricerca (giustificati anche dalla sua incolpevole conoscenza sbrigativa del medioevo monastico calabrese) e rischiava di suscitare poco interesse negli eventuali componenti della commissione d’esame. La sua schiettezza, in principio, non posso nasconderlo, mi sorprese non poco, poi però con un nuovo e più benevolo sorriso prese di buon grado la sfida e accettò di aiutarmi. Parlammo un po’ e prima di congedarmi dalla piccola stanzetta del Dipartimento di Medievistica mi riferì un aneddoto che mi fece capire molte cose. A Pescia, nella Valdinievole pistoiese – suo paese natio dove ha sempre amorevolmente rivolto parte importante dei suoi studi –, incontrò di sera un signore che vagava in modo scomposto nella piazza principale. Con lo sguardo rivolto in basso trotterellava da una parte all’altra del ‘fondo di piazza’. Incuriosito, si avvicinò a quel tipo (con il suo immancabile cappello e abito nero, immagino io) e, richiamata la sua attenzione, gli chiese cosa stesse cercando. L’uomo rispose con tono deciso, ma agitato, che aveva perso una moneta nel pomeriggio. “Te lo ricordi dove di preciso?” incalzò don Amleto. “Si, lì in ‘cima di piazza”, rispose; “Beh, allora che fai qui?” domandò sorpreso, “Cerco qui perché c’è luce!”, borbottò l’uomo come indispettito.  
Quel semplice aneddoto servì per tirarmi su di morale – e le maniche – con maggiore convinzione e, in un certo qual modo, mi offrì un’interpretazione, seppur semplicistica, di parte della tradizione storiografica. Per chiarire questo aspetto è sufficiente, infatti, sfogliare con un po’ di pazienza gli indici dei manuali scolastici – e non solo – di Storia e Storia dell’Arte alla parola “Calabria” per rendersene conto. Qualche esempio: Cerchiari-De Vecchi, Arte nel tempo, IV voll., solo quattro voci per ‘Calabria’, tre per ‘Reggio’, una per ‘Rossano’, ‘Sibari’, ‘Stilo’ e ‘Squillace’ (basti pensare, ad esempio, alle sedici pagine totali dedicate alla Calabria dalla celebre Guida Baedeker del 1912 contro le centosessanta riservate alla Sicilia!). Non sono certo il primo a evidenziare questo particolare aspetto, non pochi hanno già avuto modo di indagare dettagliatamente, infatti, nel complesso l’entità del fenomeno. Questa tarda incertezza, infatti, richiama un po’ quello che è stato un tratto saliente della storia dei tours calabresi da parte degli intellettuali, poeti, pittori, avventurieri, soprattutto stranieri, che hanno per un pretesto o un altro attraversato la Calabria. Se si escludono poche esperienze, straordinarie per acume e intensità (tra tutti quella di Norman Douglas, Old Calabria, 1915), sembra di cogliere nella maggior parte dei diari e dei racconti una cronica vaghezza e una certa approssimazione nei confronti delle pur importanti testimonianze architettoniche, culturali e storiche della regione. Se molti stranieri, infatti, la attraversano o vi sostano solo per un rapido transito per e dalla Sicilia, altri sembrano invece interessarsi solo alle suggestioni magnogreche, ai tramonti fiabeschi tra boschi di pino larice piuttosto che ai riflessi annebbiati di orridi spaventosi o alle peculiarità aneddotiche di genere etnografico. L’inglese Richard Keppel Craven definì la Calabria ripetutamente “barbara” e molti suoi colleghi non dedicarono che pochi, confusi e veloci cenni al patrimonio artistico. Si ripercorre qui chiaramente il topos (dettato da una dotta tradizione letteraria, partorita e poi diffusa sin dal Cinquecento da letterati come Leandro Alberti e Ortensio Lando), incentrato perlopiù sull’immagine retorica di una terra del mito magnogreco, ricca e opulenta, ben lontana dalla miserevole condizione dei suoi abitanti, “contraddizione tra una paradisiaca Calabria ideale e una tragica Calabria concreta e quotidiana” (Placanica, 1985), che perdurerà ancora per lungo tempo (si veda Carlo Carlino, Calabria, Calabrie, calabresi, Cosenza 2003). Le cose, infatti, non miglioreranno tanto con le prime trattazioni scientifiche e, per molti versi, anche con quelle della seconda generazione. Questo soprattutto a scapito della conoscenza del passato medievale, specie, ma non solo, di quello bizantino.
Lacune che ancora lacerano in modo profondo la storiografia calabrese e, con essa, quella nazionale. L’assenza di una corretta e consapevole valorizzazione del patrimonio artistico, culturale e storico della regione, al contempo causa ed effetto del perdurare di tali pregiudizi storiografici, è un triste comune denominatore della storia, anche recente, della Calabria. Afferma, in proposito, Maria Pia Di Dario Guida, riferendosi al patrimonio artistico calabrese del Sei-Settecento: “A determinare il destino nefasto delle opere d’arte e di conseguenza il disinteresse della storiografia era stata soprattutto l’incuria degli uomini derivata a livello locale da radicati complessi di inferiorità nei riguardi del proprio passato storico artistico; a livello della storiografia ufficiale da quei pregiudizi di provincia, di ritardo, di povertà del patrimonio artistico della Calabria, che hanno impedito di conseguenza le necessarie provvidenze pubbliche di tutela e di conservazione che sono mancate quasi del tutto sino agli anni Settanta”. Anche se, come sostiene la storica dell’arte, negli ultimi decenni, per quanto riguarda la questione storiografica, moltissimo è stato fatto in ambito specialistico – una svolta cruciale sotto questo aspetto l’hanno rappresentata l’Associazione per gli Interessi del Mezzogiorno di Italia, la Deputazione di Storia Patria della Calabria e le nuove università calabresi – tuttavia rimangono ancora tanti i vuoti da colmare in ambito scolastico e divulgativo.
Luoghi comuni, pregiudizi, accenti sinistri e poco edificanti sulla cultura della Calabria si possono, d’altronde, scorgere con una certa facilità tra le righe di molte trattazioni più o meno scientifiche date alla luce sino ai nostri giorni. Tale imperituro impianto culturale (e psicologico) si è insediato persino in opere serissime che appartengono ormai all’Olimpo della migliore tradizione culturale italiana, come quella realizzata, ad esempio, da uno storico come Luigi Firpo, tra i maggiori e scrupolosi biografi di Tommaso Campanella. Nel Proemio, infatti, della celebre edizione Mondadori del 1954 – Tommaso Campanella, Tutte le opere – l’Autore delinea un quadro assai infelice della patria del grande filosofo domenicano: “Quando il Campanella vi nacque, nel povero borgo di Stilo, l’anno 1568, la Calabria stava per conchiudere la triste parabola del suo declino: corsa e predata da pirati turchi e barbareschi, taglieggiata da presidi spagnuoli arroganti quanto imbelli, spogliata da avidi feudatari che ne dilapidavano le ricchezze nel fasto della lontana corte vicereale, impoverita dalla cacciata degli Ebrei, dallo sterminio dei Valdesi, dalla pletora conventuale, insidiata da torme di banditi spinti alla macchia da una sedicente giustizia feroce non meno che impotente o annidati in ibrida simbiosi nell’immunità degli edifici sacri, la nobile regione si avviava all’isolamento totale della vita economica e culturale d’Europa. Le pestilenze dapprima, più tardi i terremoti, quasi segni d’una cupa collera divina, sarebbero venuti a darle il colpo di grazia”. È bene evidenziare, tuttavia, che fu proprio quel presunto “isolamento totale” (che ben si addice però, di contrasto, all’efficace figura retorica tutta romantica delle sorti infelici e delle immani difficoltà superate dal genio eroico del frate) a non impedire affatto al giovane Campanella di vedere soddisfatta la propria smisurata sete di conoscenza che gli ha permesso – da autodidatta – di accedere, proprio nelle biblioteche conventuali calabresi, ad uno sterminato catalogo bibliografico (che egli seppe prodigiosamente assimilare) di autori classici e moderni, latini e greci, oltre che all’intera tradizione patristica e scritturistica. Una “cupa collera divina” che ha concesso tuttavia al frate stilese di frequentare eruditi e intellettuali di rilievo (soprattutto a Cosenza, ma anche “nell’isolamento” del monastero di Altomonte), di conoscere il pensiero naturalistico di Bernardino Telesio e di formulare a soli ventun’anni la sua prima e importantissima opera, quella Philosophia sensibus demonstrata (agosto 1589) primo assoluto caposaldo di tutta la futura produzione campanelliana.
Le motivazioni, naturalmente, del perdurare di tale sventurata visione della Calabria sono tra le più disparate e riguardano molti aspetti della storia e della condizione passata e presente del Mezzogiorno. Eredità e approccio culturale che induce ancora oggi, ad esempio, la maggior parte delle persone con buona istruzione ad immaginare il medioevo italiano tout-court come un medioevo sostanzialmente monolitico, di lingua e cultura latina, ignorando del tutto che gran parte del sud della Penisola ha, invece, conosciuto un lungo medioevo bizantino (di lingua e cultura greca), ben oltre i confini temporali e geografici dei domini dell’Impero d’Oriente, che si è poi adattato molto lentamente a quello di costumi, anche propriamente religiosi, del mondo occidentale latino (è sufficiente considerare, ad esempio, l’eccezionalità degli Exultet dell’Italia meridionale, straordinari rotoli liturgici e veri e propri “ibridi culturali”). Nella maggior parte dei piccoli centri della Calabria si è, infatti, continuato a parlare e scrivere in greco anche sino al Trecento. Le persone continuavano a chiamarsi Pacomio, Basilio, Giovanni, Fantino, invece di Giulio, Claudio, Francesco e Benedetto.
Se discutevo del movimento monastico medievale con i miei colleghi di Università veniva loro spontaneo pensare a Camaldoli, Farfa e Cluny, piuttosto che a Rossano e alla Tebaide del Mercurion. Ambrogio, Romualdo, Adalberto di Praga, l’abate Desiderio, Bruno di Querfurt, Guiberto di Nogent, piuttosto che ai santi Macario e Cosma di Collesano, Fantino il Giovane, Nilo da Rossano, Vitale da Castronuovo, Bartolomeo da Simeri, anzi, per loro questi erano personaggi assolutamente sconosciuti. Eppure, pensavo all’antecedente e incredibile esperienza di Cassiodoro, alla sua biblioteca del Vivarium presso Squillace; alle pagine straordinarie della letteratura agiografica italogreca, al capolavoro della Vita Nilii, alle centinaia di fondazioni eremitiche e cenobitiche disseminate nei boschi, nelle valli e nelle spelonche della Calabria. Eppure, pensavo al Codice Purpureo e agli innumerevoli codici trascritti nelle silenziose celle monastiche dell’Aspromonte, della Sila o del Pollino: pietre miliari per la conoscenza della patristica e della cultura classica dell’occidente latino, oggi, tra l’altro, in mostra nelle biblioteche di mezzo mondo. Pensavo proprio a san Nilo accolto come un “secondo Benedetto” dalla comunità monastica di Montecassino (“gli venne incontro sino ai piedi del monte tutta la Comunità dei monaci, anche i sacerdoti ed i diaconi, rivestiti degli abiti sacri come in giorno festivo, recando in mano ceri accesi e incensieri”). Pensavo a Giovanni Filagato, precettore del giovane Ottone III e poi antipapa; a Gregorio da Cerchiara (di Cassano o di Burtscheid) chiamato proprio da Ottone III a dirigere un nuovo monastero latino ad Aquisgrana, sede del palazzo imperiale nel cuore dell’Europa. A Bartolomeo da Simeri, fondatore del celebre monastero del Pathir, igumeno (abate) di un cenobio sulla Sacra Montagna dell’Athos e promulgatore di un nuovo cenobitismo bizantino. Eppure, pensavo a Gioacchino da Fiore, monaco della Sila “di spirito profetico dotato” (Dante, Paradiso, XII, 141), vissuto in Calabria e figura cruciale della storia del monachesimo e di un profondo rinnovamento spirituale e teologico; all’umanista Leontio Pilato e a Barlaam di Seminara, “calabrese, piccolo di statura, ma grandissimo di sapere”, maestro di greco di Petrarca e Boccaccio. Sia ben chiaro, non sognerei nemmeno di affermare un primato o chissà quale improponibile gerarchia di valori. Voglio solo mettere in rilievo la scarsa considerazione che si ha della ricchezza e della varietà della storia culturale della Calabria (e soprattutto del suo medioevo). Anche perché sono fermamente convinto che non si debba assolutamente scegliere tra l’abate Desiderio o Elia lo Speleota, san Bonaventura da Bagnoreggio o san Francesco di Paola, Leonardo Fibonacci o Bernardino Telesio, Galileo Galilei o Tommaso Campanella, l’Arcadia o l’Accademia Cosentina (che fu secondo Natalino Sapegno: “uno dei centri più cospicui e battaglieri di orientamento culturale, depositario geloso degli aspetti più severi e spregiudicati del pensiero e del gusto rinascimentale in seno alla civiltà controriformistica e barocca fino agli incunaboli dell'Illuminismo”), ma che ognuno abbia pari diritto nell’occupare un proprio spazio e la giusta considerazione nella storia culturale italiana senza necessariamente rischiare a dover giocare “a chi butti dalla torre?”. 
Non mi viene difficile tuttavia pensare che un insopportabile meridionalismo piagnone e vittimista possa per questo imputare responsabilità decisive nei confronti di faziosi autori e “negligenti” giornalisti, o a sfortunate collazioni o superficiali summe enciclopediche, o ricondurre gran parte del problema alla questione estetica incarnata da Giorgio Vasari, il celebre artista e letterato aretino autore nel 1550 della prima sistematica opera biografica sull’arte italiana. Egli, concependo una scala di valori alla cui cima compaiono Michelangelo e Raffaello, considera l’arte del Rinascimento, cui associa parte del colorismo veneto, di gran lunga superiore all’arte del Quattrocento, del Trecento, fin anche dell’Antichità. Da un lato, dunque, il primato del Cinquecento come paradigma assoluto della perfezione artistica e dall’altro la profonda svalutazione dell’arte medievale, gravemente imperfetta e sostanzialmente priva di disegno e di studio. Con il titolo Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, l’opera ebbe immediatamente uno straordinario successo tale da risultare, per secoli, decisiva alla definizione del gusto di intere generazioni di artisti e letterati. Il Rinascimento, con Michelangelo, Raffaello e Leonardo, Firenze e la Toscana in genere (con il suo paesaggio), vennero elevati così a esempio perentorio di riferimento, con cui ogni singola opera, ogni artista, ogni intellettuale, ogni mecenate, doveva necessariamente confrontarsi. Elementi e caratteri peculiari che qualificano ancora oggi, peraltro, profondamente i ‘valori’ del gusto europeo, soprattutto italiano, e la pessima fortuna critica di tanti artisti forse poco noti al grande pubblico ma non per questo meno importanti. Nelle Vite solo un pittore calabrese trova posto tra le tante biografie del Vasari, quel “Marco Calavrese” (Marco Cardisco), ancora oggi così poco studiato (sua la splendida tavola Sant’Agostino disputa con gli eretici nella Galleria Nazionale di Capodimonte a Napoli), che lo stesso autore include con merito non senza avere per questo espresso però la propria significativa meraviglia: “Quando noi veggiamo in qualche provincia nascere un frutto che usato non sia a nascerci, ce ne maravigliamo, tanto più d’uno ingegno buono possiamo rallegrarci, quando lo troviamo in un paese dove non nascano uomini di simili professione. Come fu Marco Calavrese pittore, il quale uscito dalla sua patria, elesse come ameno e pieno di dolcezza per sua abitazione Napoli, se bene indirizzato aveva il camino per venirsene a Roma et in quella ultimare il fine che si cava dallo studio della pittura”. La sincera meraviglia del Vasari, a cui è associata l’ammirazione per un talento tanto grande quanto inatteso poiché frutto nato “che usato non sia a nascerci” in una terra dove “non nascono uomini di simili professione”, evidenzia chiaramente la percezione negativa dell’arte e della cultura calabrese già nel pieno Cinquecento.
Immagini come quella vasariana hanno fortemente condizionato e determinato il prevalere di una mentalità subalterna anche in seno alle medesime società del Mezzogiorno contagiando in modo significativo finanche, in genere, lo stesso studioso meridionale. “Mentalità – scrive Giovanni Previtali nel 1974 – che si riflette, naturalmente, non solo nel meccanismo della scelta dei temi di studio, ma anche all’interno di essi, nel modo come sono condotti, nella interpretazione che degli artisti meridionali o attivi nel meridione viene avanzata. Andrea da Salerno, Polidoro da Caravaggio, Roviale Spagnolo, Marco Pino, presentano, come è noto, alcuni caratteri linguistici corsivi ed espressionistici che, indipendentemente dalla loro origine, ne fanno degli artisti “meridionali”; ebbene questi caratteri (soprattutto quando vengono riconosciuti nei loro seguaci “regnicoli”) tendono ad essere valutati negativamente come rozzezza artigianale, mentre se solo ci spostiamo sull’altra sponda dell’impero mediterraneo di Filippo II, gli stessi o analoghi caratteri sono giustamente esaltati come il frutto originale del pensiero figurativo di Alonso Berruguete o Pedro Machuca, di Pedro Campaňa o Domenico Theotokopoulos”. E come corollario, prodotto, di questo meccanismo psicologico, oltre che culturale, evidenzia ancora Previtali, “Le opere d’arte “non importanti” giacciano infatti abbandonate, non vengono protette, non vengono restaurate, non sono, nella maggior parte dei casi, nemmeno decentemente fotografate. Le loro condizioni di sporcizia, di decadenza fisica, le rendono del tutto inappetibili ai palati viziati, drogati, dei critici assuefatti alle tele super-restaurate, splendenti, bene illuminate, presentate quotidianamente nella miriade di mostre che il mercato antiquariato direttamente, o più spesso indirettamente, promuove. Una conferma di “gusto” quindi, al generalizzarsi del giudizio di non-valore sull’arte di quelle regioni. Una conferma che porterà fatalmente, a sua volta, alla perdita definitiva delle opere d’arte stesse…”.
Non c’è dunque da stupirsi se il topos vasariano legato a una regione ‘povera, incolta e rozza’ abbia trovato, in modo giustificato o meno, terreno fertile in quasi tutte le trattazioni successive, settecentesche e ottocentesche (influenzate a loro volta dal neoclassicismo “winckelmaniano” e dal romanticismo gotico), per giungere più o meno inalterato come si è visto sino ai giorni nostri. Ma se ciò può trarre una giustificazione nei secoli non può più essere oggi comprensibile, almeno ad un’analisi serena. Se si tiene conto delle distruzioni del tempo e delle enormi difficoltà di tipo “strutturale”, di derivazione storica e geografica, oggi mi pare che il problema sia rimasto comunque sostanzialmente irrisolto e certo questo non per colpa di Giorgio Vasari, di Winckelmann o di Richard Keppel Craven.
Spesso mi capita di riflettere sul fatto che la gente del Mezzogiorno ha sempre avuto enormi difficoltà nell’immaginare la concretezza dell’avvenire, tale è sempre stata, infatti, la diffidenza per “il domani”, qui letteralmente inteso. Emblematica è la poco nota questione linguistica della vera e propria assenza del tempo futuro nello stesso linguaggio meridionale. Nei tanti dialetti calabresi (come in quelli siciliani sicuramente, ma penso anche in altri) vi è, infatti, la totale assenza del “futuro”, inteso come tempo verbale; è impossibile tradurre testualmente: “fra un anno andrò in montagna”, “il mese prossimo comprerò una macchina”; al massimo sentirete dire “fra un anno dovrei andare” oppure “il mese prossimo dovrei (o “devo”) comprare (o “compro”) la macchina”. È emblematico evidenziare tale sintomatica discrepanza linguistica e, forse può da sola, più di tante teorie sociologiche e più di mille relazioni storiche e politiche, esemplificare fino all’osso il carattere unico e particolare del meridionale, in senso stretto, nei confronti del resto d’Italia. Come il giapponese e l’ebraico, il nostro dialetto rifugge in una condizione legata immanentemente al presente, a quella sicurezza legata alla certezza dell’oggi, non essendo capace “strutturalmente”, soprattutto credo io per diffidenza, di proiettarsi nell’ignoto e nell’incerto. E se proprio deve, questo viene risolto normalmente con il tempo presente ma anche con forme dubitative (“se Dio vuole”, ecc.) e persino con il condizionale (“aver”, “aussa”). In effetti, non è poi tanto difficile poter comprendere come secoli di povertà, sopraffazione, oscurantismo e impotenza abbiano profondamente inciso sulla storia culturale – e psicologica – di questa parte d’Italia.
Ma se è vero che è proprio nel passato, nell’identità, nella memoria e nella ricchezza della Storia che è possibile costruire il futuro di un popolo, ha ancora più un senso attualissimo, dunque, prodigarci per indagare, studiare, tutelare e valorizzare il nostro patrimonio storico-culturale.  Riconsiderando, ad esempio, con animo distaccato l’affascinante avventura dei monaci italogreci, i loro continui viaggi e i loro spostamenti nell’Impero Bizantino, nell’Italia centrale e settentrionale e nell’Europa latina, potremmo riscoprire il senso profondo di un nuovo ecumenismo. La Calabria medievale e moderna fu cosmopolita; fu terra aperta alle lingue e alle culture del Mediterraneo; fu ponte esclusivo delle diverse culture di Oriente e Occidente, connubio esemplare tra il mondo latino, bizantino e arabo, dove religioni, usi e costumi si confrontarono per secoli con ricorrenze, abitudini, culti, cleri, liturgie, anche molto diverse tra loro: dagli sperduti eremi bizantini alle grandi abazie latine, dalle numerose comunità di origine balcanica ai minareti musulmani di Amantea e Santa Severina. Le radici profonde di queste continue “contaminazioni” secolari, peraltro, hanno lasciato proprio in Calabria tracce intime e armoniose – è bene sottolinearlo – nell’architettura, nell’urbanistica, nella toponomastica, nei siti rupestri, ma anche nei suoi quattrocento dialetti, nel patrimonio enogastronomico, nelle tradizioni popolari; così come nella significativa e preziosa presenza di numerosi paesi di origine grecanica, occitana e albanese. Ogni componente discreto, ogni piccolo o grande elemento dell’insieme risulta inscindibile poiché determinato da una storia ben definita. Non si può visitare, ad esempio, il piccolo museo diocesano di Rossano che conserva il Codice Purpureo (bellissimo Vangelo miniato del VI secolo d.C.) senza aver compreso gli intensi rapporti che questa città ebbe con la cultura dell’Asia Minore e l’Impero di Bisanzio; non è possibile camminare lungo le mura perimetrali della Certosa di Serra San Bruno senza rivivere, ad esempio, le straordinarie vicende umane e spirituali di san Brunone di Colonia (fondatore del monastero e dell’ordine dei Certosini). Non è possibile cogliere il senso autentico dei castelli normanni e federiciani disseminati in tutta la regione, o delle successive torri costiere d’avvistamento spagnole, ignorando l’importanza strategica e militare della difesa dei confini da eserciti sempre pronti a invadere e saccheggiare città e granai. Così come non comprendere gli intensi contatti culturali e commerciali tra la Toscana e Venezia con la Calabria e osservare importanti opere di artisti come Simone Martini (Trittico di san Ladislao d’Ungheria, 1327 ca.), Bernardo Daddi (San Giovanni Battista e Maddalena; Sant’Agostino e san Giacomo, 1328 ca.) e Bartolomeo Vivarini (Polittico, 1477) ancora oggi conservate nei musei e nelle chiese di Altomonte e Morano.
Insomma, ciascuno dei tasselli che compongono le diverse anime della Calabria deve inserirsi in un contesto più ampio, compreso nella sua interezza; è proprio sulla scia di tutto questo che Gregorio, quel figlio di Licasto e Anna, nato più di mille anni fa alla periferia dell’Impero Bizantino, egùmeno del monastero di Sant’Andrea, fondatore di un nuovo monastero latino ad Aquisgrana, frequentatore degli ambienti e dei personaggi più colti del secolo, finisce per costituire proprio una testimonianza d’eccezionale attualità. Ambasciatore culturale di un mondo eterogeneo, ricco di influenze e contaminazioni, espressione autentica di un passato straordinario in grado oggi di indicare, con raggi di luce ancora vivissimi, la strada futura per la costituzione di un comune patrimonio culturale europeo e mediterraneo, prezioso fondamento di identità e rigenerazione.
In lui, nella sua eredità culturale, nella sua concretezza storica, sarà forse possibile costruire quel futuro che non siamo, da meridionali, in grado di esprimere.

giovedì 10 novembre 2011

Convegno: Reggio e il suo hinterland



Invito


La Deputazione di Storia Patria per la Calabria con il Circolo Culturale Reghium Julii organizza, per giovedì 17 novembre ore 17, presso l'Accademia delle Belle Arti di Reggio Calabria, il convegno di studi dal tema: Reggio e il suo hinterland: vicende storiche e prospettive economiche.

Relatori:
Giuseppe Caridi, Domenico Da Empoli, Josè Gambino.