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| Santuario SS. Maria delle Armi, costruzione del "Punto Informativo" |
“Basta con gli studi!”
Annotazioni sulla cultura e politica
dei beni culturali in Calabria
P. D. Franzese
…perché la tutela di un patrimonio
sacro come quello dell’arte deve essere assunta in proprio da tutti i
cittadini, da chi si riconosce soggetto e non oggetto di una civiltà, né può
credere di scaricarsene sui cosiddetti uffici competenti. Prima, assai prima,
di porsi come compito tecnico, è una istanza morale.
Cesare Brandi, 1956
Ho
scelto di scrivere queste brevi riflessioni su alcuni aspetti di cultura e
politica della tutela dei beni culturali in Calabria poiché sono fermamente
convinto che una situazione così grave e, purtroppo, anche poco nota, dovrebbe
preoccupare non solo chi ha a cuore il destino delle grandi o delle piccole
testimonianze del passato, ma anche trovare piena consapevolezza nel mondo
accademico, e intellettuale in genere, oggi fin troppo distante nel costituirsi
soggetto attivo, dinamico e determinato per la definizione di una corretta
politica dei beni culturali, come se i monumenti – qui intesi in senso ampio – possano
essere solo sterile oggetto di studio, o di amorevole godimento estetico-ideale,
senza che ciò implichi la necessaria, concreta e conseguente preoccupazione anche
per la loro corretta tutela e salvaguardia. I due aspetti sono anche assolutamente
correlati poiché, come si vedrà, tra i maggiori elementi che hanno influito – e
influiscono – negativamente sulla tutela dei beni culturali calabresi è la
desolante mancanza di una corretta e consapevole conoscenza e coscienza del
bene, in quanto insieme complesso di testimonianze storiche, culturali,
estetiche ecc.. In sostanza, gran parte dell’azione distruttrice è dovuta alla
mancata percezione o al mancato riconoscimento del valore intrinseco del
monumento interessato. Il passo è breve: se non si coglie il valore (termine
qui usato nel senso linguistico di significato) non si comprendono le
preoccupazioni, le accortezze, le incompatibilità, le fragilità, le priorità
che andrebbero invece obbligatoriamente assecondate in virtù di una corretta
consapevolezza – come direbbe Cesare Brandi – ‘critica’ del bene in oggetto. In
questo senso il ruolo che dovrebbero svolgere le università, la stampa, il
mondo dell’associazionismo, è per questo prezioso: prodigarsi in una vigilanza civica
e appassionata, far conoscere qualità, entità e valore del bene oggetto di
minaccia. Pubblicizzare significati, motivi, necessità è, infatti, un buon
deterrente contro l’indifferenza e l’incuria; certo questo non basta, occorre
vigilare ed essere pronti a dimostrare il proprio dissenso, anche individuale
se necessario, davanti a atti insani, immotivati, interpretati come dannosi per
una corretta tutela e fruizione dei beni culturali.
Un
esempio interessante è stato offerto in questo senso dalla drammatica vicenda
della tentata industrializzazione della Piana di Sibari, anzi, a mio parere, è
proprio da questa esperienza che è possibile trarre principio per una serena riflessione
non solo sul recente passato ma anche sulla grave situazione odierna in materia
di beni culturali.
Risale
alla fine degli anni Sessanta, infatti, la decisa e coraggiosa campagna di
stampa inaugurata dalla rivista “Magna Graecia” per far conoscere all’Italia e
al mondo i piani di una sconsiderata industrializzazione della Piana di Sibari
che prevedeva, tra l’altro, l’insediamento di industrie termoelettriche e
petrolchimiche (Enel e Liquigas), con installazioni che avrebbero pregiudicato
per sempre la riscoperta dell’antica Sibari-Thurio-Copia e compromesso lo
sviluppo, oggi diremmo sostenibile, del turismo, della ricerca archeologica e
dell’agricoltura.
Furono
le pagine infuocate di un nobile sdegno civile espresso da persone come Tanino
De Santis e Nicola Belli (preziosa eredità dell’amorevole lavoro svolto soprattutto
Amedeo Maiuri, Umberto Zanotti Bianco, Paola Zancani Montuosi e Domenico
Mustilli) a risuonare come un vero e proprio ‘richiamo alle armi’ per un’intera
comunità scientifica e intellettuale non solo italiana. La posta in gioco era
altissima e il fronte ‘culturale’, nonostante le dure resistenze di numerosi
esponenti politici locali e le motivazioni ataviche e utilitaristiche
rappresentate dal facile desiderio di un riscatto economico e sociale radicato
in parte consistente dalla popolazione, ebbe la meglio soprattutto per essersi
saputo presentare in modo civile, autorevole e informato.
È
necessario evidenziare, inoltre, come il risoluto dissenso per qualsiasi
manomissione dell’integrità ambientale e paesaggistica della Piana è sempre
stato accompagnato anche dalla condivisione di un eventuale sviluppo
industriale del Mezzogiorno. Se, infatti, da parte dei fautori del piano
industriale, si cercò a più riprese di screditare la ferma contrarietà del
mondo scientifico in quanto portatore radicale di una pericolosa e drastica
opposizione “archeologia contro industria”, “cultura contro sviluppo”[1],
dall’altro si è sempre supportata, da parte di chi replicava le ragioni
archeologiche e ambientali, una saggia correlazione tra necessità della tutela
e salvaguardia del patrimonio storico e ambientale con un rispettoso sviluppo
anche di natura economico-industriale. È chiaro, in pratica, che le
argomentazioni del partito culturale
non si sono mai fermate ad una sterile opposizione di natura idealistica o pre-concettuale
contro la ‘modernità’ o lo ‘sviluppo’, ma hanno saputo sempre
contraddistinguere una motivazione di merito, contingente e diretta alla tutela
da una deturpazione irreversibile che un insediamento termoelettrico e
petrolchimico avrebbe comportato in quel particolare contesto
storico-ambientale[2]. Nonostante questo – straordinariamente
indicativo del clima di quei giorni – è sicuramente un emblema la volontà da
parte dell’allora comune di Cassano Jonio di accogliere a Sibari (frazione di
Cassano) i partecipanti al IX Convegno Internazionale di Studi sulla Magna
Grecia con l’ormai celebre manifesto: “Basta
con gli studi: vogliamo l’industrializzazione della Piana di Sibari”.
Slogan certo incredibile, ma che riassume chiaramente l’azione esasperata di
gran parte dei politici locali nel sostenere il binomio ‘cultura uguale povertà’
come un irresistibile appello all’anima populista e demagogica dell’epidermica
sensibilità degli strati meno abbienti della popolazione. Non è proprio un
caso, infatti, che il contributo determinante alla felice soluzione del
drammatico problema rappresentato dal Piano Regolatore del Nucleo Industriale
della Piana di Sibari non sia giunto dall’opinione pubblica o dal mondo
politico calabrese, ma sia soprattutto nato da una vasta ed eterogenea
convergenza politico-culturale di origine esterna, italiana e internazionale:
“Arrossisco al pensiero – afferma Carlo Belli – che si sia dovuto lottare per
questo, e che qualcuno, a Cosenza, stia ancora piangendo il mancato
deturpamento della Piana, come una battaglia perduta. Quello che è avvenuto
durante i mesi scorsi in alcune sfere della politica locale, non è degno di una
città grande e di civile tradizione come Cosenza. Avrebbero dovuto essere
proprio i Cosentini a cacciare dalla Piana coloro che attentavano cinicamente
alle bellezze naturali e al prestigio storico del luogo, soltanto per un
calcolo di miliardi da distribuirsi non tra operai e povera gente, ma tra
alcune baronie finanziarie, già onuste di oro. Avrebbero dovuto essere proprio
le autorità cosentine a scoprire il gioco e correre alla difesa di Sibari,
tesoro vero, il quale più rimane integro e più è destinato a rendere. Invece è
accaduto che parte di esse non solo cadessero nel gioco dei distruttori, ma
ostentassero il medesimo disprezzo per i tesori del passato che avevano in
casa, per una tradizione illustre che il mondo della cultura invidia ai
Calabresi”[3].
Considerazioni
che, alla luce nefasta dello stato odierno del patrimonio storico-culturale
della Calabria, si rivelano purtroppo straordinariamente attuali: siti
archeologici, complessi architettonici, centri storici, coste, parchi
nazionali, abbandonati a se stessi o in preda a fuorvianti e malintese
politiche di ‘valorizzazione’. Speculazioni, abusivismi, indifferenza; manufatti
storici lasciati allo stato di totale abbandono e decadenza, progetti
megagalattici di ingenti colate di cemento nei più incantevoli siti ambientali
del Mediterraneo, inutili strutture ricettive edificate a pochi metri da importanti
complessi monumentali, centri storici ormai irriconoscibili, il primeggiare
indiscusso di una predisposizione quasi genetica al brutto, all’insulso,
all’inutile. Viene da pensare che si sia veramente persa la bussola così tante
sono le sciagure di cui di volta in volta si ha notizia dalle cronache
provinciali della stampa. Un vero e proprio assalto
armato, dunque, al patrimonio culturale; una strategia anarchica e senza
comando apparente a cui va al più presto posto rimedio. Un rimedio pragmatico e
al contempo necessariamente ideale, etico e culturale.
Quale
motivazione urbanistica può includere, infatti, la costruzione di una struttura
di cinque piani a ridosso del castello normanno di Altomonte? Quale cultura
dello ‘sviluppo’ può ammettere un simile sfregio a quella particolare identità
urbanistica e architettonica sedimentata in secoli di storia?
Com’è
possibile del resto giustificare la scelta di voler edificare un anfiteatro a
pochissimi metri dalla celebre Abbazia Florense? Quale sana politica ricettiva,
quale governo responsabile può motivare una decisione così insensata?
| Lavori al castello di Altomonte |
Mentre
nel primo caso il Comune stesso si sta ora adoperando per bloccare l’erezione
del mega-parcheggio, nel secondo, nonostante i generosi sforzi di ItaliaNostra regionale
e della sua combattiva Presidente[4], il
progetto ha goduto di una quasi totale indifferenza da parte della stampa e
della comunità civica di San Giovanni in Fiore. Eppure, la struttura, voluta proprio
dal Comune del centro silano, inserendosi in un tessuto cittadino già gravemente
intaccato da un mancato sviluppo urbanistico coerente, finirà per compromettere
per sempre l’autonomia concettuale e visiva dell’antico monumento medievale.
Non solo, infatti, l’Abbazia non godrà più di una pur minima indipendenza dalle
strutture moderne, ma non potrà neanche trovare in futuro nell’antico orto
medievale quell’autentica continuità storica e culturale che ne ha
caratterizzato la natura, l’aspetto e la storia gloriosa.
Simili
atti "insensati" si ricollegano, inoltre, al progetto di un mastodontico
complesso alberghiero da 25 milioni di euro sorto nel Golfo di Policastro, sulla
splendida riva che fronteggia l’Isola di Dino. Anche qui, con il pieno assenso
delle amministrazioni locali, il cemento ha profanato uno dei paesaggi più
suggestivi della regione nel nome di una malsana valorizzazione turistica. È
singolare registrare che proprio quando si abbattono gli ecomostri baresi di
Punta Perotti ci sono ancora amministratori che decidono contemporaneamente per
una quantomeno ambigua politica dello sviluppo
di sfregiare un simile tratto di costa italiana con eclatanti mostruosità. La
vicenda, assai complessa come accade in questi casi, ha visto l’opposizione
compatta del mondo ambientalista e la costituzione di parte civile, finalmente
(!), anche della Regione Calabria nel procedimento processuale ora in corso. Certo
ci si domanda se sia davvero sensato ed economico impegnarsi per risanare
progetti che profanano alle fondamenta il genius
loci di contesti paesaggistici unici e fragili quali quello, in verità già
fin troppo martoriato, del Golfo di Policastro, invece di investire le proprie
energie e le proprie risorse in un’attenta prevenzione – culturale, politica,
legislativa – che possa impedire il concretizzarsi di simili suicidi
urbanistici. Prendere coscienza di questo significa in sostanza sforzarsi per
un coinvolgimento interdisciplinare di un insieme di forze eterogenee che, su
valori condivisi come quello irrinunciabile della tutela del patrimonio
storico-culturale, sappiano fare opinione e opporsi a progetti considerati
dannosi o incoerenti anche per quanto concerne uno sviluppo sostenibile. Occorrono
serie pianificazioni territoriali, investimenti e norme chiare che stabiliscano
aree di rispetto e prevedano qualità e natura degli interventi, che intendano,
in pratica, la conservazione come governo
responsabile delle trasformazioni
dettate dal tempo e dai cambiamenti sociali, economici e culturali. Ma al vero
problema di una mancata volontà politica di fondo però – come se già non
bastasse l’intricato ginepraio legislativo, normativo e burocratico[5] – si
aggiunge, come immediata conseguenza, il fatto che molto spesso sono proprio le
istituzioni a promulgare, incentivare e finanziare progetti alquanto
discutibili. Questo – sarà solo un caso? – proprio quando negli ultimi anni è
in corso in Italia nelle sedi istituzionali una profonda e seria svalutazione
della natura, dei compiti e della cultura della tutela dei beni culturali[6]. Non
solo si svuotano le amministrazioni locali, si diminuiscono i fondi, ma si
mette anche in discussione le particolarità e le conquiste dell’antica tradizione
italiana – unica al mondo per qualità e sensibilità – della tutela del
patrimonio storico-culturale. Non è poi così strano se a livello locale dietro
proposte drammatiche – sinistro riflesso delle nuove politiche dei beni
culturali – vi sono proprio finanziamenti e pianificazioni della Regione, dei
Comuni, degli Enti Parco con incredibili avalli di sovrintendenze troppo spesso
compiacenti, distratte o, nei migliori dei casi, solamente inefficacemente
impotenti.
L’autorità
e l’ufficialità di alcuni dei progetti di ‘valorizzazione’ trovano ispirazione,
sostegno e attuazione concreta nelle candide sale delle istituzioni e degli
enti locali e ciò, naturalmente, con l’evidente svilimento del ruolo e del
valore istituzionale, garantito dall’articolo 9 della Costituzione repubblicana,
in cui è lo Stato stesso a farsi garante della tutela del patrimonio storico e
artistico della Nazione. Questo aspetto è primario per la piena comprensione
del problema, giacché fuorviante anche per una corretta educazione civica,
soprattutto nei confronti delle giovani generazioni. Il messaggio è chiaro: se
è un Governo, un Ministro quindi un Comune, un Ente Parco a deturpare,
alterare, condonare, a non rispettare luoghi ‘simbolo’, non è comprensibile
come un privato non dovrebbe fare altrettanto. È evidente che i cosiddetti
scempi autorizzati, patrocinati, voluti e finanziati dall’alto – a cui si
aggiungono, ripeto, le recenti riforme governative – rischiano solo di
screditare il ruolo istituzionale degli enti preposti al controllo e alla pianificazione
del territorio, tutori degli interessi collettivi e generali di un’intera
comunità civica, che si ritrova, d’un tratto, impoverita, ingannata e smarrita.
Non solo si sperperano ingenti finanziamenti pubblici in opere spesso inutili e
dannose, ma si depaupera un intero patrimonio culturale messo insieme
faticosamente con alterne fortune nel campo della tutela dei beni culturali,
dalle conquiste pontificie, passando dai provvedimenti del Regno di Napoli[7],
dalle leggi del Regno d’Italia a quelle del 1939, fino ai recenti riconoscimenti,
nella fattispecie, dello Statuto regionale calabrese[8].
Disinteresse e
insensibilità da parte di amministratori locali
possono dunque rappresentare una seria minaccia per la salvaguardia del
patrimonio storico e culturale. Esempio concreto, in tal senso, è il caso di
Cerchiara di Calabria[9]. Il Comune,
in accordo con l’Ente Parco nazionale del Pollino, ha deciso di costruire un
edificio in cemento armato da adibire a Punto informativo del Parco e Punto
vendita prodotti tipici. Fin qui niente di male, anzi! Il problema inizia
quando il luogo prescelto coincide con le immediate adiacenze (meno di quaranta
metri) del complesso monumentale di Santa Maria delle Armi. Già eremo e
monastero medievale, l’odierno santuario è oggi uno dei più importanti
complessi monumentali dell’Alto Jonio cosentino (sito monastico bizantino,
ristrutturato ed ampliato dai primi del Cinquecento) e trova uno dei suoi
caratteri peculiari nella posizione alpestre e isolata, a più di mille metri di
quota. È chiaro che qualsiasi alterazione dello status quo andrebbe a inquinare la natura stessa del complesso
architettonico, a alterarne la fragile gerarchia tra i fabbricati e il
paesaggio circostante, la mimesi e la percezione visiva d’insieme[10].
Trasformazioni gravissime e inaccettabili, naturalmente, che hanno visto la
decisa opposizione di un locale comitato civico ‘No allo scempio’ e dell’intero
mondo ambientalista (ItaliaNostra, Wwf, Gruppo Archeologico del Pollino, Ass.
per la storia e l’archeologia della Sibaritide, Ass. delle Guide Uff. del Parco
naz. del Pollino, Amici della Terra, Comitato Permanente per gli Incontri
Inter. di Studi Bizantini ecc.). Il clamore suscitato dai numerosi interventi
sulla stampa, nonostante la fermezza degli amministratori locali[11], ha stimolato
l’intervento dell’allora Ministro Urbani, quindi, un’istruttoria ministeriale e
l’istituzione di una Conferenza di servizi presso la Sovrintendenza regionale
di Catanzaro. In quella sede ItaliaNostra ha presentato un progetto di
risanamento ambientale e proposto il collocamento della struttura ricettiva in
diverso luogo. Anche se la vicenda purtroppo non si è ancora conclusa, vorrei qui mettere in
evidenza una macroscopica inconcludenza. In data 5 aprile 2004 la
Sovrintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Cosenza, su
richiesta comunale di visionare un’eventuale copia del decreto di vincolo del
Santuario e della planimetria dell’area vincolata, precisa che il complesso
monumentale è vincolato ipso-iure per
effetto del Testo Unico del 1999 e che, per quanto riguarda l’area “circostante”,
ricadendo all’interno della perimetrazione del Parco nazionale del Pollino, è
sottoposta alla sola tutela paesaggistica.
La
grave superficialità ed elusività dell’oltremodo sbrigativo nulla-osta
della Sovrintendenza di Cosenza – nulla si dice sulla tipologia e qualità
dell’impatto del Punto informativo del Parco nazionale del Pollino e Punto
vendita prodotti tipici con l’esistente e se, specificatamente, sia per questo “in
pericolo l’integrità del bene tutelato, se ne sia danneggiata la prospettiva o
la luce o ne siano alterate le condizioni di ambiente e decoro” – disattende lo
spirito ormai decennale di un’importante conquista legislativa e storiografica
della tutela riguardante i beni culturali: la consapevolezza che il bene vincolato
non può essere contemplato solo nel suo aspetto intrinseco, ma deve essere
pienamente riflesso nella piena integrità visiva e paesaggistica, specie se si
tratta di un monumento isolato in un determinato contesto ambientale. La
conservazione integrale non può
difatti presupporre una preferenza di carattere strumentale che ne tuteli e
salvaguardi in modo astratto solo il perimetro materiale, ma deve tendere a
preservare anche il valore dell’identità e del rapporto storico, culturale ed
estetico con la precisa peculiarità ambientale in cui il bene è da sempre
inserito. E’ evidente che la scelta di avallare un progetto che contempla la
costruzione, all’ingresso e a meno di quaranta metri dal monumento rupestre
(bene vincolato ai sensi del D.L. 29.10.1999 e ss.), di una nuova struttura in
cemento armato, facendo genericamente riferimento solo alle restrizioni
paesaggistiche di area, quella “circostante” al santuario, ricadente nel
territorio del Parco nazionale del Pollino, costituisce, di fatto, un atto
amministrativo gravemente lacunoso ed ingiustificato perché decontestualizzato
dallo specifico, delicato ed evidentissimo rapporto – inscindibile e
ineludibile – con il bene sottoposto a tutela.
Ci si chiede, del resto,
quale ruolo positivo abbiano potuto svolgere gli enti preposti alla tutela del
nostro patrimonio storico, ad esempio, nella ricostruzione dell’antico Ponte
del Diavolo sulle Gole del Raganello, sempre nel Parco nazionale del Pollino.
In verità bisognerebbe domandarsi come sia stato possibile che questo
straordinario monumento in pietra sia crollato nonostante le innumerevoli
denunce sul pessimo stato dei piloni, percorsi da minacciose e profonde
fratture che ne hanno poi causato inevitabilmente, alla fine del marzo 1998, il
drammatico cedimento. Dopo il crollo e un certo clamore sulla stampa per l’ennesimo
capolavoro andato per sempre perduto, si è proposta la sua ricostruzione,
avvenuta poi, per un progetto complessivo del valore di circa 770.000,00 euro
finanziati dalla Regione e dall’Ente Parco nel 2005[12].
C’era d’aspettarsi ovviamente il recupero, la catalogazione, il riutilizzo filologico
di gran parte del materiale crollato, così da ricomporre il possibile e
riproporre almeno parzialmente i materiali, le tecniche costruttive e l’aspetto
originale – come è stato fatto, ad
esempio, per il campanile veneziano di San Marco o, recentemente, per le vele
della Basilica di San Francesco ad Assisi e gli affreschi della cappella
Ovetari del Mantegna. Purtroppo il ponte però è stato ricostruito
sostanzialmente in cemento armato, con una ricopertura esterna incredibilmente
grossolana, sempre in cemento e con un composto lapideo diversissimo. Un
orrendo falso spacciato per autentico e con l’anima in cemento: un destino
ineluttabile o un incubo di una cupa notte di inizio secolo?
note
[1] “La
cultura è una grande cosa, ma l’evoluzione tecnica e sociale lo è in modo
altrettanto consistente. Perché, con tante zone archeologiche che dormono
sepolte nel grembo ignorato e trascurato della Regione, come Locri, Medma, la
zona del Lao, si pensa solo a Sibari? Si abbia il coraggio di dire ciò che
veramente si pensa. L’industrializzazione della Piana vale bene il sacrificio
di qualche metro quadrato di suolo per villini balneari, vale bene la rinuncia
a qualsiasi attività agricola”, G. Mari, “Il Tempo”, 18.02.1969; “Ho sempre
ritenuto che i valori antichi possano anche essere validi economicamente, ma
non per questo ho mai pensato che da queste sole pietre possa derivare alla
regione quel benessere che essa cerca senza trovarlo. Né, Dio me ne guardi, che
ai valori della cultura bisogna sacrificare i bisogni quotidiani della gente”,
S. Santagata, “Tribuna del Mezzogiorno”, 16.02.1969; cfr. in proposito “Magna
Graecia”, IV, 1, (1969), pp. 5, 6.
[2] Si
vedano, ad esempio, anche le altre battaglie che la rivista ha intrapreso, tra
le molte quella per Punta Alice, Cetraro, Catanzaro e Cosenza: “Magna Graecia”,
V, n. 3-4 (marzo-aprile 1970) pp. 1-3; V, n. 7-8 (luglio-agosto 1970), pp. 1,
8; V, n. 9-10 (sett.-ottobre), pp. 1-3, 25-26; VI, n. 3-4 (marzo-aprile 1971),
pp. 12-13; VI, n. 7-8 (luglio-agosto), pp. 12-13; VI, n. 9-10 (sett.-ottobre
1971), pp. 16-17; VII, n. 7-8 (luglio-agosto1972), pp. 10-11; VII, n. 9-10
(sett.-ottobre 1972), p. 12; X, n. 1-2 (gennaio-febbraio 1975), pp. 23-24.
[3] C.
Belli, Ricorso al buonsenso dopo la sagra
della demagogia, “Magna Graecia”, IV, 2, (1969), p. 1
[4] Si veda in proposito l’articolo a firma di
Teresa Liguori, Sos da ItaliaNostra:
cinque tesori da salvare. Esempi emblematici di sfregi e minacce al nostro
patrimonio storico-artistico e paesaggistico, “Calabria”, 210 (dicembre
2004), pp. 28-32.
[5] Si
rimanda anche per la bibliografia a V. Baldacci, Il sistema dei beni culturali in Italia: valorizzazione, progettazione
e comunicazione culturale, Firenze 2004; G. Chiarante-U. D’Angelo, Beni culturali, nuovo codice e riforma del
Ministero, Roma 2004; N. Aicardi, L’ordinamento
dei beni culturali, Torino 2002; G. Volpe, Il governo dei beni culturali, Genova 1996; T. Alibrandi-P.G.
Ferri, Il diritto dei beni culturali: la
protezione del patrimonio storico-artistico, Roma 1988. Per i profondi e
recenti risvolti culturali della tutela in Italia, cfr. S. Settis, Battaglie senza eroi: i beni culturali tra
istituzioni e profitto, Milano 2005; Idem, Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, Torino 2002; M.
Cammelli, Decentramento e outsourcing nel settore della cultura: il doppio impasse,
“Diritto Pubblico”, 2002, I.
[6] Cfr.
Settis, Battaglie senza eroi…cit.
[7] “Le
Provincie, onde questo Regno di Napoli è composto, essendo nei tempi antichi
abitate da’ Greci, e da’ Romani, che allettati dalla fertilità, ed amenità del
suolo, e dell’aria ne fecero le loro maggiori delizie; hanno in ogni tempo
somministrato in grandissima copia de’ rari monumenti d’antichità agli uomini
di quella studiosi, di statue, di tavole, di medaglie, di vasi, […]. Ma perché
niuna cura e diligenza è stata per l’addietro usata in raccoglierli, e
custodirli, tutto ciò che di più pregevole è stato dissotterrato, s’è del regno
estratto, onde il medesimo ne è ora assai povero, dove altri Stranieri de’
lontani Paesi se ne sono arricchiti, e ne fanno i loro maggiori ornamenti,
grandissimi profitti traendone, e per intelligenza dell’Antichità, e per
rischiaramento dell’Istoria, e della Cronologia, e per perfezione di molte
Arti. Il Re Nostro Signore tutto ciò nella sua mente con rammarico […] ha
deliberato a sì fatto male si ponghi una volta rimedio, acciò questo Regno non
vada sempre più impoverendosi di ciò che abbonda […]”, Bando di Sua Maestà, e del Suo Tribunale della Regia Camera della Summaria,
Prammatica LVII, 16 ottobre 1755; Cfr. ,
anche per un quadro d’insieme, A. Emiliani, Leggi,
bandi e provvedimenti per la tutela dei beni artistici e culturali negli
antichi stati italiani, 1571-1860, Bologna 1996 pp. 171 e ss.; P.
D’Alconzio, L’anello del Re. Tutela del
patrimonio storico-artistico nel Regno di Napoli (1734-1824), Firenze 1999;
S. Condemi, Dal “Decoro et utile” alle
“Antiche memorie”. Tutela dei beni artistici e storici negli antichi Stati
italiani, Bologna 1987.
[8] Articolo 2 (Principi e finalità): […] 2.
La Regione ispira in particolare la sua azione al raggiungimento dei seguenti
obbiettivi: […] r) la protezione dell’ambiente, la salvaguardia dell’assetto
del territorio e la valorizzazione della sua vocazione; s) la salvaguardia del
patrimonio artistico, culturale e naturale della Regione e la valorizzazione
delle tradizioni popolari delle comunità calabresi, anche curando l’identità
culturale della Calabria in Italia e all’estero.
[9] In
proposito, attendendo un prossimo dossier che raccolga l’ingente materiale
prodotto, cfr.: P. D. Franzese, La
“Madonna del cemento”. Cultura e politica di beni culturali, “Apollinea”,
VIII, n. 6 (novembre –dicembre 2004), pp. 30-31; Liguori, Sos da ItaliaNostra… cit.; Idem, Cerchiara: il santuario per ora è salvo. Un antico “terrazzo” sulla
Piana di Sibari: volevano costruire un chiosco a ridosso delle mura,
“Italia Nostra”, 408 (2005), p. 22; cfr. anche P. D. Franzese, L’urlo di Cassandra. Storie di abbandono,
artifizio e restauro: il caso di Cerchiara, “Apollinea”, V, n. 4 (luglio-agosto
2001), pp. 28-29; Idem, Come si svende un
santuario, “Apollinea”, VII, n. 6 (novembre-dicembre 2003), pp. 26, 27.
[10] “L’incantesimo
che offre il Santuario è, ovviamente, il riflesso sensibile della sua lunga
storia e della sua peculiare identità. Nelle sue origini di eremo risiedono le
ragioni della posizione isolata e arroccata del complesso architettonico, e nei
tempi e nei modi delle successive riforme quelle della sequenza planimetrica e
stratigrafica dei fabbricati: un’articolazione che determina, assecondando
l’impervia orografia del sito, un percorso dalla corte d’accesso al Santuario
connotato da continue “scoperte”, scandito da emozionanti prospettive aperte
sulla Piana e verso la montagna. Delle stesse vicende edilizie e religiose ne
sono quindi testimonianza, e insostituibili indizi, i caratteri fisici delle
architetture, e le preziosità d’arte qui custodite. Per due aspetti differenti,
ma dalle conseguenze parimenti pericolose, gli interventi compiuti negli ultimi
anni e quelli attualmente in corso minacciano, rivelandone la vulnerabilità,
proprio il delicato equilibrio cui si deve la bellezza del luogo. Un equilibrio
basato fondamentalmente sul rapporto tra le architetture del Santuario e
l’aspro paesaggio rupestre del monte Sellàro (che proprio alla presenza del
Santuario deve la sua identità distintiva), nonché sulla complessiva permanenza
ad oggi dei caratteri autentici, e comunque storicizzati, dei manufatti:
semplici ma raffinati all’osservazione attenta, nelle strutture murarie, nei
solai lignei e nelle coperture, nella fattura delle aperture, negli intonaci,
nelle cornici e nei manti in cotto, etc. Fino ad oggi l’alterazione
dell’”intorno del monumento” si era limitato, per così dire, ad un allestimento
delle aree esterne di accesso al Santuario certo discutibile, nei presupposti e
nelle scelte di disegno e dei materiali, ma di fronte all’erigenda costruzione
ai piedi del Santuario non vi è più spazio per la perplessità e l’esercizio
critico, ma solo per la denuncia incondizionata. L’intangibilità del contesto
del Santuario non si profila, nel caso in oggetto, come passivo atto di
rinuncia, né come mera questione di qualità della progettazione di ciò che si
va ad aggiungere, ma come ovvia conseguenza della consapevolezza dell’identità
del luogo. In un simile contesto qualunque nuova costruzione non potrà che
apparire, volendo essere ottimisti, estranea, ed ancor peggio se venisse
camuffata con connotati banalmente mimetici. La posizione stessa del fabbricato
in costruzione è inspiegabile, aberrante: ai piedi del Santuario, precede
l’avvio dell’ingegnosa promenade che
si snoda all’interno del complesso, varcato il portale d’accesso. È quindi
facilmente immaginabile l’impatto devastante che il nuovo edificio potrà avere
sulla percezione, consolidata da secoli, di questo sito”. Questo brano è tratto
da un inedito contributo di Mariangela Carlessi e Francesco Delizia, Ancora cemento nel Parco Nazionale del
Pollino. Interventi di “valorizzazione” al Santuario della Madonna delle Armi
(che si aggiunge a quello di Fabrizio Bonomi, Il ruolo delle comunità locali nella difesa dei beni culturali e
naturali: il caso del Santuario di Santa Maria delle Armi in Cerchiara di
Calabria). Con la speranza che entrambi possano presto essere pubblicati in
un prossimo dossier, va a loro il mio più vivo ringraziamento.
[11] Da
parte del Comune, dell’Ente Parco e della Sovrintendenza di Cosenza non vi sono
mai stati sentimenti di apertura o di dialogo: “Ci sono facinorosi – ha
affermato in alcuni manifesti il sindaco di Cerchiara Domenico Mauro – che non
vogliono arrendersi all’evidenza. Fanno i balordi e vogliono sembrare eroi;
sono balbuzienti e si vogliono far credere grandi oratori; sono insulsi e
divulgano idee da salvatori della patria. Mi riferisco agli ultimi articoli
pubblicati su quotidiani locali che hanno riguardato il costruendo “punto
informativo” del Parco Nazionale del Pollino nel comune di Cerchiara di
Calabria. La nostra meraviglia è stata suscitata soprattutto dalla leggerezza
mista a scarsa competenza nella ricerca della verità e dallo “scoop
giornalistico” da parte di articolisti nostrani che sembrano tante “casse di
risonanza” e non vi mettono nulla del loro intelletto”; “Il Punto informativo,
visto come scempio, è solo nella mente dei componenti il comitato cittadino
[…]. Il processo di modernizzazione iniziato da qualche anno al Santuario – e
certamente non dalla mia Amministrazione – deve continuare se non si vuole
riportare il sito come ai vecchi tempi. Recedere dall’attuale progetto per
ragioni strumentali mortificherebbe l’Amministrazione Comunale e tutte le
Istituzioni governative che l’hanno sostenuto. Ma soprattutto sarebbe un duro
colpo per le aspettative del popolo di Cerchiara che ha sempre creduto nello
sviluppo (?) del suo Santuario”.
[12] Il progetto, che ha
previsto la ricostruzione del ponte del diavolo, il ‘consolidamento del ponte
d’Ilice e la valorizzazione (?) della gola del Raganello’, è stato realizzato
per conto del Comune di Civita dal geologo Alessandro Guerricchio, dall’ingegnere
Roberto Mastromattei e, in fase preliminare, anche dall’architetto Vincenzo
Gallo. Cfr. anche M. Magnano, Sulla
(ri)costruzione del Ponte del Diavolo a Civita, “Apollinea”, VIII, n. 6
(novembre-dicembre 2004), p. 11.
[13] R.
B. Bandinelli, L’Italia storica e
artistica allo sbaraglio, Bari 1974, pp. 25-26.

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